Intervista esclusiva a Papa Francesco, come mai nessuno lo ha visto

“Personalmente, ringrazio Dio di aver conosciuto delle vere donne, nella mia vita. Le mie due nonne erano molto differenti, ma entrambe erano delle vere donne. Erano delle madri. Lavoravano, erano coraggiose, passavano del tempo coi loro nipoti …”.

In una lunga intervista a le “Figaro”, il noto giornale francese, il Pontefice racconta la sua infanzia, l’adolescenza e i tempi della formazione, sottolineando quali siano state, per lui, le persone determinanti, quelle che lo hanno indirizzato per il meglio, verso una matura formazione cristiana.

“Poi c’era mia madre. (…) Ho visto mia madre sofferente, dopo il suo ultimo parto – ne ha avuti cinque – quando ha contratto un’infezione che l’ha lasciata senza poter camminare per un anno. L’ho vista soffrire. E ho visto come si ingegnava per non sprecare niente. Mio padre aveva un buon lavoro, era contabile, ma il suo salario ci permetteva appena, appena di arrivare alla fine del mese.”.

E Papa Francesco pone così l’accento sugli incontri “femminili”, che gli hanno mostrato forza e calore. Parla anche delle sorelle, delle amiche e di qualche fidanzatina in tenera età, di quanto ogni volta abbia potuto cogliere quei particolari arricchenti, in ogni conoscenza, in ogni donna della sua esistenza.

“Ho imparato, anche in età adulta, che le donne vedono le cose in modo molto differente dagli uomini, perché di fronte a una decisione da prendere, di fronte a un problema, è importante ascoltare entrambe le voci.”.

Aggiunge poi il racconto, riguardate un incontro molto particolare, con una donna comunista, morta, uccisa insieme a delle suore francesi, durante la dittatura vigente nel suo Paese di origine: “Era una chimica, capo del dipartimento in cui lavoravo, nel laboratorio bromatologia. Era una comunista del Paraguay, del partito che laggiù si chiama “Febrerista”. Mi ricordo che mi aveva fatto leggere la condanna a morte dei Rosenberg! Mi ha fatto scoprire ciò che c’era dietro quella condanna. Mi ha dato dei libri, tutti comunisti, ma mi ha insegnato a pensare la politica. Devo tanto a quella donna.”.

E parlando ancora delle sue origini e della sua formazione, anche religiosa, ribadisce: “Io mi sento libero. Questo non vuol dire che faccio quel che mi pare, no. Ma non mi sento imprigionato, in gabbia. In gabbia qui, in Vaticano, sì, ma non spiritualmente. Non so se è per questo … A me niente fa paura. Sarà forse dell’incoscienza o dell’immaturità! Ma sì, le cose vengono così, si fa quel che si può, si prendono le cose come vengono, si evita di fare delle cose, alcune funzionano, altre no … Forse è superficialità, non lo so. Non so come chiamarla. Mi sento come un pesce nell’acqua.”.

E, come tante persone, non gli sono mancati i momenti di difficoltà, in cui ha avuto bisogno di un serio aiuto psicologico:

“In un momento della mia vita ho avuto bisogno di andare in analisi. Ho consultato una psicanalista ebrea. Per sei mesi, sono andato da lei una volta a settimana per chiarire certe cose. È stata molto in gamba, molto professionale come medico e come psicanalista, ma è sempre rimata al suo posto. E poi un giorno, quando era sul punto di morire, mi ha chiamato. Non per i sacramenti – era ebrea – ma per un dialogo spirituale.”.

Ma poi il discorso, tra Papa Francesco e l’intervistatore, scivola, inevitabilmente, sulla situazione politico/cristiana dei nostri tempi, che non può e non deve, come si evince anche dalle sue affermazione, prescindere dalla storia, per essere compresa e per parlare di integrazione genuina.

“I Longobardi, antenati dei nostri Lombardi odierni, sono dei barbari arrivati tanto tempo fa … E poi tutto s’è mescolato e noi abbiamo la nostra cultura. Ma qual è la cultura europea? Come la definirei io, oggi, la cultura europea? Sì, ha delle importanti radici cristiane, è vero, ma questo non basta per definirla. Ci sono tutte le nostre capacità. Capacità di integrare, di ricevere gli altri. C’è pure la lingua nella cultura. Nella nostra lingua spagnola il 40% delle parole viene dall’arabo. Perché? Perché sono stati in Spagna per sette secoli. E hanno lasciato la loro traccia.”.

“In Argentina ci sono dei nativi. Abbiamo dei popoli indigeni. L’identità argentina è un meticciato. La maggior parte del popolo argentino viene dal meticciato. Perché ondate di immigrazione si sono mescolate, mescolate e mescolate … Penso che sia accaduto lo stesso negli Stati Uniti, dove ondate di immigrazione hanno mescolato i popoli. I due Paesi si assomigliano abbastanza. E io mi sono sempre sentito un po’ così. Per noi, era assolutamente normale avere a scuola diverse religioni insieme.”.

Questa visione da, quindi, la misura del rispetto che dovremmo esercitare, per accettare chi non ha scelto la nostra chiesa: “Lo Stato laico è una cosa sana. Esiste una sana laicità. Gesù l’ha detto: bisogna rendere a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio. Tutti noi siamo uguali davanti a Dio, ma credo che in certi Paesi, come la Francia, questa laicità abbia una colorazione ereditata dai Lumi … parecchio più forte, che costruisce un immaginario collettivo nel quale le religioni sono viste come una sottocultura. Io credo che la Francia – è la mia opinione personale, non quella ufficiale della Chiesa – dovrebbe “innalzare” un po’ il livello della laicità, nel senso che dovrebbe dire che le religioni fanno parte anch’esse della cultura. Come esprimere questa cosa laicamente? Mediante l’apertura alla trascendenza. Ognuno può trovare la propria formula di apertura. Nell’eredità francese, i Lumi pesano troppo. Comprendo quest’eredità della Storia, ma dilatarla è un lavoro che va fatto. Ci sono dei governi, cristiani o non, che non ammettono la laicità. Che vuol dire uno Stato laico “aperto alla trascendenza”? Che le religioni fanno parte della cultura, che non sono delle sottoculture. Quando si dice che non bisogna portare al collo delle croci visibili o che le donne non devono portare questo o quello … è una sciocchezza. Perché l’una e l’altra attitudine rappresenta una cultura. Uno porta la croce, l’altra porta un’altra cosa, il rabbino porta la kippàh, il Papa porta lo zucchetto … Ecco, la sana laicità!”.

E quando si toccano i temi salienti della religiosità, il Papa sottolinea: “Rinunciare alla sessualità e scegliere il cammino della castità o della verginità è tutta una vita consacrata. E qual è la condizione venendo meno la quale questo cammino muore? È che il cammino conduca alla paternità o alla maternità spirituali. Uno dei mali della Chiesa sono i preti “scapoloni” e le suore “zitellone”. Perché sono pieni di amarezza. Al contrario, quelli che hanno raggiunto questa paternità spirituale – sia mediante la parrocchia, sia a scuola o in ospedale – stanno bene …”. “La verginità, che sia maschile o femminile, è una tradizione monastica che preesiste al cattolicesimo. È una ricerca umana: rinunciare per cercare Dio alle fonti, per la contemplazione. Ma una rinuncia dev’essere una rinuncia feconda, che conservi una sorta di fecondità – differente dalla fecondità carnale, dalla fecondità sessuale. Anche nella Chiesa ci sono dei preti sposati. Tutti i preti orientali sono sposati, è una cosa che esiste, ma la rinuncia al matrimonio, per il Regno di Dio,  è un valore in sé.”.

A questo punto, la domanda dell’intervistatore cade sul matrimonio, tra un uomo e una donna o tra persone dello stesso sesso. Il Papa risponde: “Matrimonio” è una parola storica. Da sempre, nell’umanità, e non solamente nella Chiesa, s’intende cosa di un uomo e una donna. (…) Non si può cambiare questo. È la natura delle cose. Le cose sono così. Allora le chiamiamo “unioni civili”, ma non scherziamo con le verità … è vero che dietro tutto questo c’è l’ideologia del genere. Anche nei libri i bambini imparano che uno può scegliere il proprio sesso. Perché il genere, essere una donna o un uomo, sarebbe una scelta e non un fatto di natura? Ecco cosa favorisce questo errore. Ma diciamo le cose come stanno: il matrimonio è un uomo e una donna. Ecco il termine preciso. E chiamiamo “unione civile” l’unione dello stesso sesso.”.

E infine, ma non alla fine, il Pontefice spiega come sia importante, spesso, scindere le guide giuste da quelle che non possono più essere tali, nell’ambito della stessa chiesa, della scelta spirituale da seguire per tutta la vita: “Ma la Chiesa non è i Vescovi, il papa e i preti. La Chiesa è il popolo. E il Vaticano II ha detto: “Il popolo di Dio, nel suo insieme, non si sbaglia.”. Se lei vuole conoscere la Chiesa, vada in un paesino dove si vive la vita ecclesiale. Vada in un ospedale dove ci sono tanti cristiani che vengono ad aiutare; dei laici, delle suore … Vada in Africa, dove si trovano tanti missionari. Ci bruciano la vita, laggiù! E fanno delle vere rivoluzioni. Non per convertire – era una volta che si parlava di conversioni – ma per servire.”.

“C’è così tanta santità … È una parola che voglio utilizzare nella Chiesa oggi, ma nel senso della santità quotidiana, nelle famiglie … E questa è un’esperienza personale: quando parlo di questa santità ordinaria, che in altri contesti ho chiamato “la classe media della santità”… sa a che cosa mi fa pensare? All’Angelus di Millet. Questo è ciò che mi sale allo spirito. La semplicità di due contadini che pregano. Un popolo che prega, un popolo che pecca e poi si pente dei propri peccati. C’è una forma di santità nascosta, nella Chiesa. Ci sono degli eroi che partono in missione. Voi francesi avete fatto molto: alcuni hanno sacrificato la vita. Quello che mi colpisce di più, nella Chiesa, è la sua santità feconda, ordinaria. Questa capacità di diventare santi senza farsi notare.”.

E la fede vera, la retta morale da perseguire, è proprio quella che si riferisce alla pratica di vita, di tutti i giorni.

E per quanto riguarda la domanda del secolo, che non si può non fare al Santo Padre (se lo si ha davanti), quella cioè sulla comunione ai divorziati, afferma: “Quanto alle famiglie ferite, dico che nel capitolo VIII ci sono quattro criteri: accogliere, accompagnare, discernere le situazioni e integrare. E questo non è una norma fissa: apre una strada, un cammino di comunicazione. Mi hanno subito chiesto: “Ma si può dare la comunione ai divorziati?”. Rispondo: “Parlate col divorziato, parlate con la divorziata, accogliete, accompagnate, integrate, discernete!”. Ahimè, noi preti siamo abituati alle norme fisse. Alle regole di ferro. Ed è difficile, per noi, questo “accompagnare sul cammino, integrare, discernere, dire del bene”. Ma la mia proposta è questa. (…) Quello che accade, in realtà, è che si sente la gente dire: “Quelli non possono fare la comunione”, “Quelli non possono fare questo, quello”: eccola qua, la tentazione della Chiesa. Ma no, no e ancora no! Questo tipo di divieti è ciò che si trova nel dramma di Gesù coi farisei. Lo stesso! I grandi della Chiesa sono quelli che hanno una visione che va al di là, quelli che comprendono: i missionari.”.

Pare proprio che, in questa lunghissima intervista, non siano mancate le domande circa i temi più discussi del momento. Anche quello sull’aborto è stato trattato, in particolare, sul perdono per le persone che lo hanno commesso, da parte di tutti i preti, come lo stesso Papa aveva disposto, durante il Giubileo della Misericordia: “Durante il Giubileo della Misericordia ho fatto estendere la facoltà di assolvere il peccato di aborto a tutti i preti. Attenzione, questo non significa banalizzare l’aborto. L’aborto è grave, è un peccato grave. È l’omicidio di un innocente. Ma se c’è il peccato bisogna facilitare il perdono. Poi, alla fine, ho deciso che questa misura sarà permanente. Ormai ogni prete può assolvere questo peccato.”.