Il termine “castigo” deriva dal latino “castum agere”, ossia “rendere puro, casto, purificare”. Dunque, dal momento in cui Adamo ed Eva disobbedirono al Signore, il castigo, il dover renderci nuovamente puri, ha fatto il suo ingresso nella nostra esistenza, nella storia dell’umanità.
La disobbedienza che porta al castigo è una libera scelta dell’uomo, che come Adamo ed Eva si mette in condizione di doverne affrontare le conseguenze.
Le conseguenze, però, non solo il castigo punitivo che umanamente potremmo immaginare, quanto l’amorevole correzione del Signore, che ci vuole purificati, meritevoli della vita eterna.
Dio, così, permette il male (per il libero arbitrio concesso all’essere umano), frutto delle scelte libere dell’uomo, ma si riserva un mezzo di redenzione per ri-convertirlo.
Potremmo, allora, dire che Dio purifica, se castiga a causa del nostro peccato.
Se l’uomo decide volontariamente di abbandonare Dio e la legge dell’amore fraterno, per poter pensare di ri-avvicinarsi al progetto di vita eterna, necessita di pentirsi umilmente, di comprendere da che parte stare.
Gesù disse: “Se non vi convertite perirete tutti allo stesso modo”, riferendosi al mancato cambiamento di rotta dell’uomo, che persiste nel peccato e che, lontano da Dio, non può essere parte del Corpo Mistico del Cristo, ossia della Chiesa.
In quest’ottica, anche l’Inferno, la perdizione eterna, è una scelta dell’uomo, non un castigo -umanamente inteso- di Dio. E’, però, la perdizione eterna, il Giudizio di Dio, la “valutazione” della condotta del peccatore impenitente, che rifiuta la misericordia di Dio, che non crede alla sua efficacia.
Ricordiamo che, per sanare il divario tra Dio e l’uomo peccatore, per permettere che l’uomo possa essere perdonato e rientrare nella grazia, Dio stesso ha mandato suo Figlio sulla terra, a subire un castigo umano immeritato e molto doloroso: la morte in croce, “Il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di Lui, per le Sue piaghe siamo stati guariti”.
Antonella Sanicanti
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