La storia di Mary Weaver e della figlia Sophia dovrebbe far riflettere sul grado di crudeltà che possono raggiungere i social. La piccola infatti è affetta dalla rara sindrome di Rett che causa, tra le altre cose deformità al viso, e qualcuno ha pensato bene di utilizzarla come dimostrazione della validità dell’aborto.
Quando la madre ha visto il post si è sentita in parte colpevole di quanto accaduto poiché è stata lei a condividere le foto della figlia su Twitter, ma il suo obbiettivo era quello di sensibilizzare la comunità sulla malattia della figlia, dopo aver visto come gli altri suoi figli amassero incondizionatamente la sorella senza badare al suo aspetto estetico. Il suo obbiettivo era stato in parte soddisfatto, giorno dopo giorno sempre più utenti di Twitter si appassionavano alla storia ed alla vita della piccola Sophia e tutt’ora ci sono persone che sostengono la battaglia di Mary nell’informare sulle conseguenze di questa grave patologia.
Subito dopo aver scorto, grazie ad una segnalazione, il vergognoso post inneggiante all’aborto che vedeva come foto dimostrativa quella della sua bambina, Mary ha provveduto a bloccare il post e il contatto dalla sua pagina, ma questo continuava ad essere condiviso da altri utenti, causandole molto dolore. Per questo motivo la donna ha lanciato un appello sullo stesso social affinché fosse Twitter stesso a bandire dalla sua piattaforma chi spingeva simili contenuti offensivi: “Per favore, aiutatemi e girate questo tweet. Questa persona continua a usare l’immagine di mia figlia per promuovere l’aborto perché è disabile. Qualche avvocato potrebbe aiutarmi a intraprendere misure legali? PS: Non pagate per mia figlia. Ha un’assicurazione privata e siamo noi a coprire le spese”.
L’appello di questa madre addolorata è stato condiviso da migliaia di persone finché Twitter non ha preso provvedimenti bloccando la diffusione della foto ed il profilo dal quale era stato condiviso la prima volta. Quindi ha mandato a Mary un messaggio di scuse, seguito dalla dichiarazione di un portavoce della società: “Non si può promuovere violenza contro qualcuno o attaccare direttamente altre persone sulla base di razza, etnia, origine nazionale, orientamento sessuale, genere, identità di genere, affiliazione religiosa, età, disabilità o malattia”.
Luca Scapatello
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