A questo punto è dovere di cronaca precisare che Salvini ha fatto un passo indietro dicendo di aver sbagliato il termine e di voler intendere, con toni enfatici e da propaganda elettorale, di voler fare un censimento dei rom presenti in Italia. La seconda versione del ministro dell’Interno è stata confermata dal leghista Bitonci che intervistato ha difeso il proprio leader dicendo: “Mi sembra strano che un censimento non esista già. Poi… le parole. Magari durante un talk un comizio si una una parola come ‘Schedatura‘, ma Matteo Salvini ha già spiegato che voleva indicare un mero censimento”.
Archiviata la diatriba sull’errore lessicale di Salvini, torniamo a considerare l’idea di un censimento dei campi rom. L’idea del ministro dell’Interno non è nuova è stata già proposta in alcune regioni d’Italia e si tratta di un provvedimento preso in considerazione dal Pd. D’altronde trattandosi si cittadini italiani, i rom hanno come tutti gli altri il dovere di essere iscritti all’anagrafe. I dati così raccolti permettono ai comuni di conoscere il livello d’istruzione, quello di integrazione con il resto della società e la tipologia di lavoro svolto.
Interessante in questo senso scoprire che in Emilia Romagna sono più di mille i rom presenti (in base al censimento del 2012) che hanno tutti o quasi frequentato le scuole dell’obbligo e che non hanno invece istruzione di secondo livello. La maggior parte di questi si è registrata come lavoratore autonomo (in larga parte circensi) mentre solo una minima parte (il 21 %) ha un lavoro a tempo indeterminato e ancora meno (il 10%) un lavoro a tempo determinato.
Luca Scapatello
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