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Ibernata bambina di 3 anni, il suo tumore era incurabile

Matheryn Naovaratpong, la bimba di 3 anni ibernata

Quando i genitori di Matheryn Naovaratpong sono venuti a conoscenza del fatto che la figlia aveva a disposizione solo pochi mesi di vita e che nessuna cura esistente l’avrebbe potuta salvare si sono rivolti alla Alcor Life Extension Foundation (l’azienda americana di base in Arizona che si occupa della tecnica sperimentale dell’ibernazione) per fare ibernare la bambina, ad appena 3 anni di vita. In seguito a quella decisione Matheryn è diventata la persona più giovane a ricevere un simile trattamento (il record in precedenza era appartenuto ad una ragazza americana di 21 anni), mentre la più anziana ha 102 anni.

La decisione presa dai due coniugi Naovaratpong è stata in un certo senso obbligata (escludendo dal ragionamento tutti i dilemmi etici legati all’ibernazione), da quando nell’aprile del 2014 alla piccola Matheryn è stato riscontrato l’ependiloblastoma (una forma di tumore aggressiva che colpisce i bambini) la malattia ha continuato ad avanzare incontrastata raggiungendo, nonostante 12 interventi chirurgici e numerosi cicli di chemioterapia, l’80% del’emisfero sinistro del suo cervello. Arrivati a quel punto i medici hanno detto loro che non c’era alcuna possibilità di salvarle la vita e questi hanno deciso di regalarle un’ultima possibilità di sopravvivenza facendola ibernare finché non venga trovata una cura efficace.

La tecnica dell’ibernazione e i dilemmi etici che ne conseguono

Con ibernazione s’intende il porre i corpi dei pazienti, in questo caso un malato terminale, in condizioni di biostasi dopo la morte legale (avvenuta per la bimba l’8 gennaio del 2015). Per raggiungere l’obbiettivo i corpi vengono sottoposti ad iniezioni di anticoagulanti ed anti congelanti quindi posti ad una temperatura di -130. Conclusa la prima fase ed accertata la conservazione del corpo, i soggetti vengono posti nello stato di vetrificazione, una solidificazione dei tessuti senza congelamento, quindi conservati nell’azoto liquido a -196 gradi.

La speranza è che questo permetta ai medici di trovare una cura che le possa permettere di rimanere in vita una volta rianimata, ma questo procedimento presenta alcuni dilemmi morali. Innanzitutto si tratta di una tecnica sperimentale e di conseguenza con alcuni dubbi legati alla sua riuscita, come spiegato dal dottor Spagnolo ad ‘Aleteia’: “La tecnica di congelamento è la stessa già utilizzata per congelare ovociti ed embrioni. Anche sui singoli organi si è registrata una certa efficacia. La crioconservazione, congelare e ‘rianimare’ poi l’organo, è stata positiva, ma non vi sono evidenze che gli stessi risultati valgano per l’intero corpo”.

A questo bisogna aggiungere il fatto che il paziente in questo caso non ha potuto acconsentire ad una simile scelta, trattandosi di una bambina di appena 3 anni. Inoltre nessuno è in grado di sapere quale sarà la qualità della vita del soggetto ibernato dopo lo scongelamento. Ultimo punto della lista, ma forse il più importante, questa tecnica crea una disparità evidente tra soggetti facoltosi e non abbienti, visto che il trattamento è molto oneroso.

Luca Scapatello

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Luca Scapatello

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