Oggi nella striscia di Gaza i palestinesi vivono in condizioni di disagio ancora più gravi, la disoccupazione è salita negli ultimi 20 anno fino al 43% (il tasso più alto del mondo) e quella giovanile addirittura al 60%. In queste condizioni, dovute sia all’azione violenta di Hamas che alle politiche restrittive di Israele, è naturale che la popolazione palestinese insorga e la soluzione a queste rivendicazioni non può essere sparare a caso sulla folla, disinteressandosi del fatto che tra quelli che creano disagio ci sono donne e bambini.
La notte tra il 22 ed il 23 maggio (2 giorni prima dell’anniversario della fondazione di Israele) i jet dell’esercito israeliano hanno colpito dei punti strategici di Hamas: un tunnel utilizzato come punto di trasporto ed una nave che cercava di aggiungersi a quelle che contestavano a largo. Si tratta di un’azione militare giustificata con la necessità di difendere il territorio, ma è anche l’ultima delle azioni di repressione di questo mese di maggio che hanno portato alla morte di migliaia di civili tra cui donne e bambini e molti, moltissimi civili.
I religiosi del luogo contestano la reazione alle proteste palestinesi, suor Brigitte ad esempio dichiara che: “È vero, i palestinesi hanno tirato sassi, molotov, ma la risposta di uno degli eserciti più forti, addestrati ed equipaggiati al mondo è stata totalmente sproporzionata”, dello stesso avviso anche i vescovi della Terra Santa che commentando la morte di altri 60 civili durante le proteste del giorno precedente hanno sottolineato che l’utilizzo di mezzi non letali (idranti, proiettili di gomma) sarebbero bastati ad evitare il prosieguo delle manifestazioni violente ed avrebbero evitato l’ennesima strage. Nella parte finale del comunicato quindi aggiungono: “Cogliamo l’occasione per esprimere il nostro impegno in favore della posizione che esprime la necessità di rendere Gerusalemme una città aperta a tutti i popoli, il cuore religioso delle tre religioni monoteiste, e di evitare misure unilaterali”.
Luca Scapatello
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