I portuali di Trieste mettono tutti d’accordo su un punto incontestabile

Non scendono a nessun compromesso sul Green pass, mettendosi in gioco fino in fondo: a meno di 24 ore dall’entrata in obbligo, stabilita per venerdì 15 ottobre, i nostri commerci sono sull’orlo del caos.

Il nuovo “autunno caldo” parte da Trieste e rischia di fare effetto-domino in tutta Italia.

Classe operaia nuovamente alla ribalta

Erano anni che la categoria dei portuali non occupava le prime pagine dei giornali. In questi giorni, quanto sta avvenendo nel capoluogo friulano ci improvvisamente ricordato che una classe operaia esiste ancora, con tutte le sue problematiche annose e dimenticate.

Sembra davvero che le problematiche dei lavoratori non destino alcun interesse nell’opinione pubblica, a meno che le loro vicende non siano legate a quelle della pandemia.

I temi della sicurezza sul lavoro sono noti a tutti da anni (giusto pochi giorni fa, il presidente Mattarella aveva lanciato un appello alla prevenzione degli incidenti nei cantieri e delle “morti bianche”) ma sembrano non fare più notizia.

Con il green pass, la prospettiva cambia notevolmente. Se è vero che, da fine luglio a oggi, non sono mancate le manifestazioni di piazza, intensificatesi dopo il varo dell’obbligo del “lasciapassare verde” anche sui luoghi di lavoro, nessuno avrebbe mai pensato che, pochissimi giorni prima del fatidico 15 ottobre, nell’ingranaggio così perfettamente programmato, sarebbe piovuto il classico granello di sabbia in grado di mandare in tilt tutta la macchina.

Un porto verso il blocco e il caos?

Ed è così che i portuali di Trieste hanno stupito l’Italia, cogliendo in contropiede tutti: il governo, i sindacati e persino chi da luglio sta manifestando. Difficile prevedere se le loro richieste verranno accolte ma, quel che è certo è che, se l’applicazione dell’obbligo di green pass risulterà – com’è prevedibile – problematica, sarà inevitabile pensare che i portuali ci avevano visto lungo.

In un paese dove i compromessi a tutti i livelli sono all’ordine del giorno, stupisce, quasi affascina, l’intransigenza di entrambe le parti. Se il governo è determinato nel far rispettare il suo impopolare provvedimento, i portuali lo rifiutano in blocco e non accettano nemmeno il compromesso dei tamponi gratuiti.

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Siamo disposti ad andare avanti fin quando il green pass non verrà tolto”, ha dichiarato a Rainews24, Stefano Puzzer (nella foto), portavoce del coordinamento dei lavoratori portuali di Trieste. “È ora di fermare l’economia che forse è l’unico segnale che possiamo dare a questo stato, per fargli capire che ci sono tante persone in difficoltà, tante persone che rimarranno senza uno stipendio, e solo perché hanno esercitato una scelta libera quella di non farsi il vaccino. Adesso – ha aggiunto Puzzer – mi sembra ben chiaro che questo passaporto verde è solamente una manovra economica non sanitaria”.

Pur essendo vaccinato e quindi avendo pieno titolo a lavorare senza restrizioni, Puzzer ha sposato la linea della fermezza. Forse si è impuntato per solidarietà con i colleghi, forse per una questione di principio. Se il decreto non verrà ritirato, “bloccheremo il porto di Trieste, sia in entrata che in uscita”, ha ribadito il leader dei portuali triestini.

Gente che ha tutto da perdere

Intanto, mentre il governo, in accordo con i sindacati, sta valutando di porre i tamponi a carico delle aziende, la Commissione di garanzia dell’attuazione della legge sullo sciopero nei servizi pubblici essenziali ha dichiarato illegittimo lo sciopero dei portuali di Trieste.

L’effetto domino si sta manifestando in ogni angolo d’Italia. Le società di gestione al Porto di Palermo hanno rifiutato di prendersi carico dei tamponi, mentre è allarme rosso in altre città portuali come Genova, Livorno e Gioia Tauro, dove un gran numero di operai sembrerebbe sprovvisto di green pass.

Il caos rischia di estendersi all’autotrasporto: circa due terzi dei camionisti sono senza lasciapassare, senza contare i camionisti stranieri, dove questa percentuale sale all’80%.

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I danni per il commercio rischiano di essere notevoli. C’è chi come il presidente della Regione Friuli-Venezia Giulia, Massimiliano Fedriga, propone come soluzione mediatrice quella dei “tamponi nasali meno fastidiosi e fai-da-te da effettuare con la supervisione responsabile d’ufficio”.

Mai i principi del diritto alla salute e quello della libertà terapeutica erano entrati in così forte e apparentemente insanabile contrasto. Comunque la si pensi, in questi giorni è venuta allo scoperto una categoria di lavoratori straordinariamente determinata, che, in questa battaglia, ha tutto da perdere. Un punto di vista che andrebbe compreso e ascoltato. Uno spirito e un approccio che, come minimo, dovrebbero far riflettere.

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