Ecco che fine ha fatto il calice dell’Ultima Cena di Gesù

 

Il Santo Graal, la coppa da cui Cristo avrebbe bevuto durante l’ultima cena esiste davvero? Questo oggetto mistico appartiene alla cultura bretone e si lega a doppio filo al mito della tavola rotonda e ai cavalieri di re Artù. In molti, nel corso dei secoli, sono andati alla ricerca o hanno diffuso pagine narrative che descrivevano tale oggetto mistico (una coppa, una pietra o un vaso) ed i suoi poteri “Magici” (si ritiene che il Sacro Graal consegni la vita eterna), ma, ad oggi, non ci sono ne documenti ne testimonianze che ne confermino la reale esistenza.

 

Un interessante libro sull’argomento scritto da Mario Moiraghi ‘L’enigma di San Galgano’ mette in dubbio tale credenza facendo notare, appunto, come non si sappia nulla di certo su Artù ed i suoi cavalieri, come il Santo Graal per definizione sia cambiato di forma nel tempo e che le stesse leggende che narrano di tali cavalieri e della reliquia non abbiano un ambiente geografico delineato, anzi che se analizzato attraverso la descrizione dei paesaggi e delle belve che abitavano quel mondo conduce ben lontano dalla Bretagna.

 

Per l’analisi geografica Moiraghi si affida a due studi, il primo, quello di Friedrich von Suhtscheck dimostrerebbe con una certa accuratezza che l’ambiente descritto nei racconti della tavola rotonda sarebbe all’incirca tra l’Himalaya ed il Golfo Persico. Questa tesi è in parte confermata dal secondo studio citato, quello di Julius Evola, secondo il quale il monte in cui è custodito il Graal si troverebbe in India.

 

L’idea che si tratti di un adattamento di una tradizione proveniente dall’oriente e per precisione dall’antica Persia ci viene data dagli elementi di contorno. Nei racconti sono presenti descrizioni di piante, profumi e droghe tipiche dell’oriente, lo stesso si può dire per le descrizioni dei gioielli spesso d’oro e d’argento finemente intarsiati, tra cui l’oro niellato, lavoro in cui erano insuperabili gli orafi egizi del tempo. Anche i giochi con cui si dilettavano i nobili dei racconti rimandano all’oriente, uno dei più utilizzati all’interno dei racconti sono gli scacchi, gioco di origine orientale molto utilizzato nell’antica Persia.

 

Se questi elementi possono essere giustificati con i commerci del tempo, gli altri richiami sono ancora più sospetti. Basti pensare ai personaggi più citati: Baruc ad esempio è un personaggio dell’antico testamento collegato al profeta persiano Zarathustra, mentre Galvano, uno dei prodi cavalieri della tavola rotonda, era il fratello di Maria, moglie di Alessandro Magno, anch’essa persiana. Persino il racconto dei principi inviati ad attendere un segno di luce al monte Vaus ricorda da vicino la leggenda dei Re Magi, esperti in astronomia che attendono un astro del cielo per l’apparizione di un eletto, anch’essa appartenente alla cultura Persiana.

 

Ultima, ma non meno importante la struttura della Corte di Re Artù, praticamente inesistente in Europa, compresa la Gran Bretagna, e del tutto simile a quella Persiana. Insomma appare chiaro come la leggenda di Re Artù non sia altro che la costruzione di una mitologia atta a giustificare la formazione di uno stato e di una dinastia, niente di dissimile da quanto fatto da altre popolazioni antiche, basti pensare all’Eneide di Virgilio.