Ecco come la superbia ci tenta

 

 

 

 

 

Il brutto mostro della superbia, oltre che sette figlie, ha anche quattro specie, che potrebbero essere allegoricamente paragonate ad una sorta di tentacoli con cui questa brutta bestia ci tiene avvinghiati alle sue pestifere spire. San Tommaso d’Aquino le descrive in questo modo: vantarsi di avere ciò che non si ha; credere che il bene posseduto derivi da se medesimi; credere che il bene posseduto derivi dall’Alto, ma sia dovuto ai propri meriti; cercare di far apparire del tutto singolari le doti che si hanno disprezzando gli altri. Penso che, se siamo un po’ onesti con noi stessi, difficilmente potremmo affermare di non essere caduti in almeno qualcuno di questi brutti atteggiamenti. Quante volte i discorsi dei mortali di riducono ad uno squallido sciorinamento di improbabili “palmarès” infarciti di inesistenti meriti, titoli, posizioni di prestigio, esperienze, ricchezze, etc. Vantarsi di avere ciò che non si ha mette bene in luce la radice evanescente e inconsistente del vizio della superbia, la cui etimologia ebraica significa “vapore, fumo”. Quanti figli dell’uomo trascorrono la vita terrena vendendo fumo, amara constatazione che la sapienza popolare ha cristallizzato nel popolare aforisma: “tutto fumo e niente arrosto!”. Poniamo invece il caso che una persona si vanti di beni, meriti e titoli realmente posseduti: ecco così comparire la seconda specie in cui si manifesta e morde la mala bestia della superbia. San Paolo, nelle sue lettere, tuonò con forza e vigore: “che cosa mai possiedi che tu non abbia ricevuto? E se lo hai ricevuto perché te ne vanti come se non lo avessi ricevuto?” (1Cor 4,7). Quale uomo può essere tanto stolto da non riconoscere che niente è suo di tutto quello che ha, che fa e che è? A partire dal dono della vita, che noi riceviamo senza nemmeno sapere consapevolmente quando e come (noi sappiamo la nostra data di nascita solo perché ce lo hanno detto i nostri genitori), proseguendo con la “permanenza nella vita” (riceviamo dall’atmosfera l’ossigeno per respirare e dal cuore il battito vitale per tenere in vita il nostro organismo) e terminando con un’infinità di altre cose (sono laureato? Ma i miei genitori mi hanno permesso di studiare! Sono intelligente? Ma questo non dipende dai miei meriti, è un dono che mi sono ritrovato e che posso solo far fruttificare. Ho un bel carattere? Ma quali meriti potrei vantare nei confronti di altri disgraziati fratelli che, senza colpa alcuna, si trovano a combattere con pessimi caratteri? Gli esempi, com’è evidente, potrebbero moltiplicarsi all’infinito…). Ho raccontato spesso che in un momento forte e drammatico della mia esistenza, quando vedevo spegnersi tra inaudite sofferenze un mio caro giovanissimo amico colpito da un brutto male, mi ritrovai una mattina a ringraziare il Signore perché, alzandomi, potevo recarmi in bagno usando le mie gambe… Fatto che davo per scontato, prima di vedere quel caro ragazzo inchiodato in un letto e costretto alle torture di cateteri e altri noti strumenti utilizzati per aiutare i malati ad espletare le normali funzioni fisiologiche… e mi chiedevo (e mi chiedo): ma c’è bisogno di situazioni così estreme per rendersi conto che tutto è dono?… Veniamo alla terza ridicola variante di questo stupido vizio: d’accordo, il bene che io possiedo è un dono di Dio, ma lo ha fatto a me e non ad altri perché io sono più bravo e dunque lo merito… In altre parole: certo che i doni che ho vengono da Dio, ma a chi altri se non a me Dio dovrebbe elargirli, dato che sono così buono, così santo, etc.? Magari vado a Messa tutte le domeniche, prego regolarmente, faccio pure qualche digiuno, metto i soldi nella questua in Parrocchia, do pure qualche spicciolo agli importuni lavavetri, etc. Quindi, come potrebbe Dio non beneficarmi? La risposta l’ha data Gesù nella ben nota parabola del fariseo e del pubblicano, che sarebbe quanto mai opportuno farne oggetto di frequente e attenta meditazione…. L’ultimo atto estremo della fantasia di questo mostro consiste nel dar vita al quarto tentacolo. Va bene, mi arrendo i beni derivano da Dio e non li ho meritati, però i miei sono proprio belli, “super”, stratosferici. Devo certamente ringraziare il Signore e ciò perché mi ha oltremodo beneficato, ponendomi in una condizione elitaria e privilegiata rispetto ai poveri comuni mortali che non hanno doni tanto belli e tanto grandi… Esattamente il contrario di ciò che hanno sempre fatto e insegnato gli uomini santi, che pur insigniti di doni talora realmente eccellenti e straordinari, si schernivano cercando di minimizzarli e ritenendosene del tutto immeritevoli, nella serena coscienza che grandi doni comportano grandi oneri e che Dio avrebbe chiesto conto dell’uso di essi, che devono essere amministrati non come strumento di mortificazione del prossimo, ma ponendoli al servizio del bene e della salvezza delle anime. Esaminiamo sempre bene la nostra coscienza, i nostri pensieri e le nostre intenzioni per riconoscere le spire avvelenate di questi tentacoli e tenerli lontani dal nostro cuore, sapendo che appestano e macchiano anche le migliori azioni, rendendole completamente prive di merito agli occhi di Dio nonché fastidiose (o talora davvero detestabili) anche agli occhi degli uomini.