È possibile vincere la depressione? L’esperienza di un vescovo

Anche i sacerdoti e i vescovi possono cadere vittime dello scoraggiamento e della depressione. Ed è proprio queste circostanze che  la loro vocazione viene messa in gioco.

In tal senso, è davvero esemplare la vicenda vissuta da un vescovo americano. Verso la fine del 2019, monsignor James Conley, titolare della diocesi di Lincoln, in Nebraska aveva iniziato a soffrire crisi depressive.

Una notte oscura dell’anima

Una situazione precipitata a partire da metà marzo dell’anno scorso. Con il lockdown, le “sensazioni di isolamento e di solitudine che già stavo vivendo, erano soltanto peggiorate”, ha raccontato monsignor Conley nella lettera alla sua diocesi. Con queste parole il vescovo descrive la ‘notte oscura’ della sua anima: “Sembrava che Dio fosse assente nella mia vita. È stato probabilmente il periodo più buio della mia vita”.

Conley ha confidato che persino pregare era diventato difficile. Le tre “ancore” di salvezza in quei mesi erano state “la Santa Messa, il Rosario e il Breviario”, Eppure, si domandava, “dov’era Dio in tutto questo?”.

C’è un’immagine che, più di altre, ha aiutato il vescovo americano a tenere duro nei suoi giorni più angosciosi. “Nel corso di un mese, la luna cresce e cala – osserva –. Ci sono alcuni giorni nel ciclo lunare in cui è impossibile vedere la luna ad occhio nudo. Sappiamo che è lì, ma non possiamo vederla. È lo stesso con Dio”.

Il 19 marzo 2020, giorno del suo 65° compleanno, monsignor Conley è andato a trovare il suo direttore spirituale, padre Eugene Mary, un giovane sacerdote che vive come un eremita nel Black Canyon, regione montuosa e desertica a nord di Phoenix, in Arizona. Padre Eugene ha proposto al vescovo di consacrarsi a San Giuseppe per 33 giorni: iniziando la settimana successiva, Conley avrebbe completato la consacrazione proprio il 1° maggio, festa di San Giuseppe Lavoratore.

Un “padre spirituale”

San Giuseppe è davvero il nostro padre spirituale – osserva monsignor Conley nella sua lettera –. Le sue forti virtù maschili, come protettore e guida, sono un modello per noi uomini su cosa significhi essere uomo di Dio”. Vedere in San Giuseppe un esempio di “profonda fede e fiducia nella divina provvidenza”, ha trasmesso “speranza” al vescovo di Lincoln.

Ho riflettuto molte volte sul suo viaggio in Egitto con Maria e il bambino Gesù, e quanta fede, fiducia e dipendenza dalla provvidenza di Dio può aver acquisito – ha proseguito il vescovo –. Anche la virtù della perseveranza è stata un segno distintivo di San Giuseppe, manifestandosi durante il rischioso viaggio a Betlemme e la faticosa fuga in Egitto”.

Sentendo che stava iniziando a risalire la china, Conley, pur non essendosi ancora completamente ristabilito dalla sua sindrome depressiva, ha fatto ritorno nella sua diocesi. Dopo circa un anno sabbatico, lontano dalla sua diocesi, il presule ha ripreso pienamente il servizio episcopale lo scorso novembre

San Giuseppe ha svolto un ruolo non da poco nell’aiutarmi a ritrovare la mia forza e la mia speranza”, ricorda monsignor Conley nella sua lettera. Negli ultimi mesi di vita della madre, il vescovo ha pregato intensamente per lei, chiedendo l’intercessione di San Giuseppe per una “buona morte. L’anziana donna si è spenta serenamente lo scorso 19 dicembre, proprio in coincidenza dell’indulgenza plenaria, che papa Francesco ha accordato nell’anno speciale di San Giuseppe, ogni 19 del mese, il 1° maggio (San Giuseppe Lavoratore) e nella festa della Sacra Famiglia.

Una ‘seconda conversione’

Quasi a coronamento delle grazie ricevute, lo scorso 19 marzo, monsignor Conley ha consacrato la diocesi di Lincoln a San Giuseppe. Per ironia della sorte, lui stesso ha scoperto molto tardi che il giorno della sua nascita coincideva con la solennità del padre putativo di Gesù.

Nato da famiglia presbiteriana, Conley si è convertito al cattolicesimo all’età di vent’anni. Alcuni anni dopo, quando anche la madre e il padre si convertirono, ebbero il privilegio di ricevere battesimo, cresima e prima comunione alla presenza del figlio concelebrante. In quell’occasione, don James disse ai genitori: “Sapete, avreste dovuto chiamarmi Giuseppe!”.

Parole profetiche: monsignor Conley, in tutta la sua vita, nemmeno da prete e da vescovo, era mai stato particolarmente devoto a San Giuseppe. Le vicende vissute nell’ultimo anno e mezzo, lasciano intuire che il vescovo di Lincoln guardi ora San Giuseppe sotto una luce completamente diversa e, grazie a lui, stia vivendo una sorta di seconda conversione.

Luca Marcolivio

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