Due Ragazze immigrate, vittime della politica di accoglienza indiscriminata

Due casi recenti mostrano al meglio il fallimento di una integrazione senza discernimento, o se si preferisce di un’assimilazione senza parallelo recupero delle radici culturali da parte delle nazioni ospitanti.

Una ragazza afgana si rifugia a Vienna per sfuggire alle violenze e ai soprusi della famiglia e della società in cui è nata. Ma la giovane diciottenne, scovata dal fratello maggiore, viene uccisa il 18 settembre 2017, in mezzo alla strada con 28 coltellate. L’assassino di circa 21 anni, arrestato un anno fa subito dopo l’omicidio, è stato condanno all’ergastolo lo scorso 22 agosto.

La povera vittima era stata ospitata, per mettere fine alle violenze subite nella famiglia e al rischio di essere rimpatriata e sposata per forza, in un apposito centro di accoglienza austriaco. Il fratello ha dichiarato di aver compiuto un atto di giustizia contro colei che aveva “infangato l’onore della famiglia”, fuggendo da casa. L’avvocato del Caino afgano ha dichiarato che farà appello della sentenza, mentre il giudice Stefan Apostol ha rilevato che con quell’atto brutale, il fratricida si è posto “fuori dalla società” ospitante.

Tutto pazzesco certo, ma anche tutto consequenziale all’apertura assoluta e indiscriminata di tutte le frontiere politiche e geografiche al mondo intero.

Forse proprio per questo che il presidente austriaco Sebastian Kurz ha dichiarato il 19 agosto, come riportato dalla Standard, che le imbarcazioni dei non europei devono essere bloccate in tutto il continente e “i rifugiati devono essere riportati nei loro paesi d’origine o in altri paesi sicuri”.

Ashwaq Haji, giovane e avvenente migrante di origine irachena e di confessione yezida, una minoranza religiosa del mondo arabo, dopo essere stata rapita nel 2014 da militanti dello Stato Islamico, è arrivata in Germania come rifugiata politica. La Haji aveva solo 14 anni quando fu sequestrata dai mussulmani dell’Isis, con intenti (realizzati) di stupro e di schiavitù domestica.

La ragazza, dopo quasi 3 mesi di agonia, assieme ad altre donne riuscì a fuggire dai suoi predatori e dopo aver fatto ritorno a casa, decise di cambiare aria. E così, ottiene nel 2015 lo statuto di rifugiata in Germania, assieme alla madre e ad un fratello, nella regione del Baden Württemberg.

Dopo essere riuscita faticosamente a “rifarsi una vita”, Ashwaq che ora ha 19 anni, mentre si trova in un supermercato si sente chiamare per nome, e riconosce il suo principale aguzzino e torturatore, Abu Human, il quale la minaccia di nuovo, facendole capire che la tiene sott’occhio da tempo nella sua nuova situazione in Germania. Perfino conoscendo l’indirizzo della sua abitazione presso Stoccarda.

La ragazza, comprensibilmente atterrita, denuncia il fatto alla polizia tedesca, ma i poliziotti tergiversano e in seguito le fanno capire che è difficile procedere, poiché il suo violentatore farebbe parte di un gruppo di migranti regolari e che poi non ci sarebbero le prove delle violenze avvenute anni prima. Il che fa pensare che se si fosse trattato di un normale tedesco, senza permessi e tolleranze varie, le cose sarebbero andate in modo assai diverso e risolutamente più spedito.

In ogni caso, Ashwag Haji decide per la paura di tornare nell’Iraq natale e dalla sua patria ora chiede giustizia contro il militante dell’Isis. Ad un giornalista che la ha intervistata di recente ha dichiarato: “Lo ho riconosciuto subito. Ovunque lo vedessi, lo riconoscerei. Per i trattamenti che mi ha inflitto e perché per mesi lo vedevo 24 ore al giorno”. E ancora: “Ho abbandonato il mio paese e la mia famiglia a causa sua. Ho fatto tutto questo per dimenticarlo e lo ritrovo nella diaspora in Europa. E’ incredibile”. Già, quando si accolgono cani e porci possono accadere anche cose del genere.

Così, la decisione in contro tendenza di ritornare a casa, anche se la casa non c’è più ed ora è alloggiata con alcuni familiari in un campo profughi nel nord dell’Iraq.

La sua denuncia ha spinto altre giovani immigrate a denunciare i loro stupratori e aguzzini, membri dell’Isis e di gruppi simili. E così si è reso noto il fatto che tra i migranti europei, presentati dalla sinistra liberal come poveri innocenti, quasi il nuovo Lumpenproletariat (Marx) da valorizzare, ci siano elementi pericolosi, che sarebbe meglio cacciare che ospitare.

Sono anni che i mass media, specie quelli più orientati in senso progressista e misericordioso, ci ripetono che il legame tra terrorismo e immigrazione di massa è un mero fantasma o un’accusa indimostrata, usata strumentalmente da tipi poco raccomandabili come Marine Le Pen, Matteo Salvini o Donald Trump.

Ma la realtà è più forte delle idee dominanti e il buon senso è difficile da estirpare completamente. Meno polizia e meno esercito, come dal ’68 auspicano i radicali e i trafficanti di uomini, significa meno controllo sociale e più delitti. Meno sicurezza alle frontiere, significa più libertà ai mafiosi, agli spacciatori, ai criminali di ogni genere, tra cui non mancano i terroristi e coloro che hanno comunque propositi bellicosi ed eversivi.

Il rischio di essere sommersi dall’immigrazione è reale, poiché in meno di un secolo e mezzo (1880-2018) siamo passati da un miliardo di viventi sulla terra sino ai 7 miliardi attuali, e se la gioventù africana ed araba continuerà a riversarsi a grandi dosi in Europa, l’Africa e il Maghreb resteranno a lungo un problema (insolubile) per il mondo intero.

Antonio Fiori