Crisi della figura del padre: ecco come ribaltare la prospettiva

Testimonianze preziose sulla paternità di tre figure di spicco nella Diocesi di Roma: Giovanni Scifoni, Pierluigi Bartolomei e don Fabio Rosini.

Sia come laici che come sacerdoti, la vocazione alla paternità è universale.

Si parla molto di crisi della paternità e di emergenza educativa e lo si fa quasi sempre in termini negativi e cupi. Un dibattito tenuto in una parrocchia romana ha ribaltato la prospettiva.

L’attore: “Quell’abbraccio che cambia ogni prospettiva

Essere padri e figli è stato il primo di un ciclo di incontri sul tema Famiglia: luogo di relazioni, nucleo della società, ospitato lunedì scorso dalla parrocchia dei Santi Fabiano e Venanzio.

Il moderatore Giuseppe Scicchitano, ingegnere e membro della Fondazione De Gasperi ha introdotto i tre relatori: Giovanni Scifoni, attore e conduttore televisivo; Pierluigi Bartolomei, manager, docente e preside; don Fabio Rosini, iniziatore del percorso catechetico delle “Dieci Parole” e direttore dell’Ufficio della Pastorale per le Vocazioni della Diocesi di Roma.

Con toni semiseri ma acuti e profondi, Giovanni Scifoni si è soffermato sulle “frasi idiomatiche” e sullo sguardo sempre incredulo con cui la gente comune si approccia oggi alla paternità: “A me dicono: ‘ma tu hai tre figli… sei eroico!’”. Al tempo stesso, ha fatto notare l’attore, l’uomo non più giovane, che ancora non ha figli viene spesso visto con un “misto di stupore e commiserazione”.

Il desiderio di avere figli è una delle cose più potenti in natura”, ha sottolineato Scifoni, osservando come l’approdo alla paternità coincida sempre con l’acquisizione della consapevolezza della propria mortalità. Inoltre, un padre può venire sfidato nell’amore dai suoi figli. “Tu non mi vuoi bene come lui…”, potrà dire una madre quando riceve più affetto dal proprio figlio che non dal marito.

Si diventa davvero padri quando si comprende che “non è più il tempo tuo ma è il tempo di tuo figlio”. Essere padri fa percepire il tempo come limitato. Non tutti diventano Shakespeare, eppure “tutti possono essere padri”: la chiamata alla paternità è universale e prescinde dalle capacità o dalle qualità umane di qualcuno.

Un giorno mio figlio mi ha detto: ‘papà, sono triste, mi abbracci?’. L’ho abbracciato e mi ha detto: ‘grazie, mi è passata la tristezza’. Ho capito che era esattamente la cosa che volevo. L’amore con mia moglie aveva generato qualcuno che è diventato migliore di me…”, ha concluso Scifoni.

L’insegnante: “Mostrare ai figli il senso di una vita che vale la pena vivere”

Pierluigi Bartolomei, padre di cinque figli, ha sperimentato una diversa forma di paternità nel momento in cui ha fondato Scuola di Barbiana al Tiburtino. Si tratta di un istituto che dà formazione a ragazzi disagiati delle periferie romane, in certi casi immigrati e profughi.

Esperienze anche molto forti che hanno infuso in lui una convinzione: “Il papà non è lo spermatozoo, non c’è necessariamente una relazione biologica tra padre e figlio ma anche il padre che concepisce il figlio ha bisogno di un secondo atto che è quello di ‘adottare’ il figlio coscientemente, illimitatamente, responsabilmente”.

Bartolomei è sposato da più di trent’anni con Emanuela. “L’ho sposata quattro volte”, ha detto: “in chiesa”, “quando ha avuto i figli”, “quando è andata in menopausa” e “quando i figli sono andati via da casa e si domanda: ‘e ora per chi cucino?’”.

Parlare di padri oggi – ha proseguito – è veramente un’emergenza, va ricentrata la figura del papà. A scuola vedo tantissimi fatti che legano il successo scolastico ma anche la libertà e la felicita della vita al rapporto col proprio papà”.

Dai dodici anni in poi – ha osservato Bartolomeiquella che conta è la testimonianza non di un padre che vuole essere imitato ma di un padre in grado di dimostrare al figlio che la vita è una vita di senso, che vale la pena viverla, perché lui è entusiasta e fa tante cose”.

Importante, infine come si pone un padre nell’amore per la madre dei suoi figli. Un marito non dovrebbe mai dire alla moglie: “Ti ho sposato perché ti amo” ma “ti ho sposato per amarti”. Al contempo “se la mamma non fa solo la mamma ma è vera donna aiuta e salva il padre”, ha detto in conclusione Bartolomei.

Il prete: “Persino San Giuseppe dubitò di se stesso”

Ha preso poi la parola don Fabio Rosini, autore di un recente libro su San Giuseppe, che condensa l’essenza della paternità cristiana. Esiste, purtroppo, la realtà dei padri assenti, irresponsabili, che, nei casi più estremi abbandonano i figli e la madre, eppure, ha osservato il sacerdote, nemmeno loro sono “dei disgraziati e basta.

Non ho mai incontrato nessuno – ha detto – che fosse veramente cretino o imbecille ma soltanto persone con la maschera del superficiale. Non esistono superficiali ma solo persone impaurite di entrare nel ruolo”. Questo tipo di paura, don Fabio Rosini l’ha dovuta affrontare approcciandosi alla paternità spirituale, agli albori della sua vita sacerdotale.

All’inizio non volevo occuparmi di giovani, per me avevo in mente altro, volevo andare all’estero e resistevo. Mi chiesi: ‘Posso portare questi ragazzi alla fede alla vita eterna?”. Nel giro di pochi anni, don Rosini è diventato il sacerdote italiano più amato dai giovani.

La paura di esercitare la paternità, ha proseguito Rosini, è legata a doppio filo alla “paura della bellezza”, alla “paura di essere tanto importanti”. Da qui nasce il processo di sgretolamento dell’“autorità” paterna – nulla a che a vedere con l’“autoritarismo” – che va di pari passo con l’eclissi dell’idea di Dio, dal quale “deriva ogni paternità.

Da questa insicurezza non è mai esente nessun padre. Persino San Giuseppe “non dubitò di Maria ma di se stesso”, ha sottolineato in conclusione il sacerdote. La sfida è allora quella di “accogliere i giovani di questa generazione, per dire loro che non sono sbagliati. Dobbiamo acquisire tutto il peso specifico che la gloria di Dio ci ha dato, fare cose belle nel ruolo in cui siamo”.

Luca Marcolivio

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