Tornare alla Tradizione dottrinale è l’antidoto migliore ai veleni della modernità che ha colpito il Clero?

Crisi Clero, tornare alla Tradizione dottrinale è l’antidoto migliore ai veleni della modernità nella chiesa ?
Tutti i secoli della cristianità, soprattutto a partire dall’epoca moderna e contemporanea, hanno registrato pochi cattolici santi e molti peccatori, vari sacerdoti esemplari accanto a non rari tipi loschi in abiti clericali. La santità, che vuol dire la perfezione e l’eccellenza delle virtù, è come la genialità qualcosa di oggettivamente poco frequente. Ma è qualcosa a cui tutti dobbiamo tendere, nessuno escluso.

La lunga lista delle malefatte del clero, dall’apostolo (apostata) Giuda sino ad oggi, è tristissima per un credente, e certamente troppo lunga per essere citata in un breve articolo. Si pensi alle eresie. La storia delle eresie inizia con Simon Mago e l’epoca apostolica. S. Paolo e s. Giovanni nelle loro Lettere rimproverano spesso i cristiani di comportamenti e pensieri sbagliati. Purtroppo questa triste storia non si è mai conclusa. E dietro ogni eresia e ogni scisma c’è il peccato: di orgoglio, di superbia, di arroganza, di indipendenza…

Alla storia delle eresie, dai giudaizzanti a Lutero, dai Valdesi al modernismo di inizio Novecento, si contrappone la gloriosa storia della santità cristiana: ed è questa la vera storia della Chiesa che Cristo Gesù avrebbe voluto, non l’altra.

Purtroppo però la storia della Chiesa comprende sia le pagine luminose che quelle ombrose, e quelle di perfetta imitazione del Modello e dell’Archetipo Gesù appaiono meno numerose delle altre.

Basti pensare che dal piemontese san Pio V (1566-1572) sino al veneto san Pio X (1903-1914), non si danno papi canonizzati; alcuni rari sono i beatificati, pochi quelli morti in fama di santità, e questo per quasi 5 secoli. E certamente se un cristiano è ordinato sacerdote, poi consacrato vescovo, quindi nominato cardinale avrà molte ottime ragioni per farsi santo e per sforzarsi di seguire la perfezione evangelica. Eppure, non sempre ci si riesce.

Tutti manuali di Storia della Chiesa che si studiano nelle facoltà di teologia o anche nelle università laiche attestano che le pagine buie e tristi non sono mai mancate nei due millenni della cristianità. Si pensi agli stessi libri di storia scritti da sacerdoti o comunque da autori cattolici. Sia quelli più classici come i testi di mons. Umberto Benigni, del Pastor, di Roger Aubert, di Bihlmeyer-Tuechle, che alle opere più recenti di Martina, Jedin, Yves Chiron o Torresani.

Fatto sta che se tutti i secoli hanno avuto dei sacerdoti vigliacchi e di manica larga non sono mai mancati i veri riformatori ed è in costoro che si sente il respiro del fondatore del cristianesimo e il cuore del Vangelo.

I Sommi Pontefici poi, benché non tutti all’altezza dei tempi e delle circostanze, hanno di norma favorito la riforma dei costumi, lo slancio morale e la vita compiutamente cristiana dei fedeli. Per esempio incoraggiando i santi fondatori a portare avanti i loro istituti per elevare la cristianità: e i santi fondatori di congregazioni missionarie e apostoliche sono numerosissimi.

Giovanni XXIII, recentemente canonizzato da papa Francesco assieme a Giovanni Paolo II, ha pronunciato durante il suo pontificato (1958-1963) una quantità impressionante di discorsi sull’adeguata formazione del clero, dei religiosi e dei seminaristi. Unendo la sua notoria bonomia da papa buono con il costante riferimento alla tradizione (spirituale e ascetica) degli antichi padri della Chiesa, da lui veneratissimi.

Il 29 luglio del 1961, a poco più di un anno dall’apertura del Vaticano II, il papa tenne una memorabile Allocuzione a Castel Gandolfo, la quale aveva per tema proprio la “formazione sacerdotale”. In essa, particolarmente oggi, si chiarisce quale sarebbe dovuta essere la disciplina del clero dopo il Concilio, per fare di esso un punto di riferimento morale per la gente, piuttosto che incoraggiare preti showman e psicologi mancati.

Secondo papa Roncalli, “Un clero ben formato – testa, lingua, cuore – è ciò che dà affidamento di buon apostolato e di ordinate energie poste a servizio della Chiesa”. Il disordine attuale, innegabile ormai, è proprio il frutto della carente formazione ricevuta. “Il depositum fidei è intangibile ed infrangibile. Ma esso potrebbe non venir trasmesso con assoluta fermezza e sicurezza, qualora nel clero venisse a indebolirsi quella fedeltà alla tradizione, quel vigile senso di moderazione e rispetto, quella dirittura mentale che sono espressione di integrità e di coraggio”.

Cosa insegna il caso Viganò, oltre alla denuncia dell’omosessualità e della pedofilia nel clero? Insegna che la fedeltà alla Tradizione deve essere la regola di comportamento e il punto di riferimento per i sacerdoti.

Se un sacerdote nell’abito e nel pensiero si conforma agli standard in voga, che interesse può avere? Per provare emozioni forti meglio un guru, o uno psicanalista che per principio non dirà mai: “questo non è bene!”.

La formazione sacerdotale, sarebbe dovuta essere “senza debolezze né compromessi, secondo la buona tradizione nostra che mira alla virtù, al sacrificio, alla rinuncia”. Addirittura, per il papa, “i sodi principi ascetici sollevano il giovane [seminarista] dallo stato di immaturità, di indecisione, di timidezza, che in soggetti predisposti può anche condurre a forme psico-patologiche”. Come quelle che vediamo dilagare oggi.

Di certo, il seminario è diventato negli ultimi decenni qualcosa di simile alle facoltà laiche, senza alcun riserbo o distacco, per esempio verso l’altro sesso. Ma Giovanni XXIII, pur così aperto a scrutare i segni dei tempi, ricordava che il “candidato al sacerdozio è qualcosa di sacro, di distinto, di separato: il contegno stesso esteriore, anche nella letizia della ricreazione, non ha mai nulla di dissipato, tanto meno di grossolano o di scolaresco”.

Conclusivamente, il modernissimo Roncalli consigliava lo studio della teologia, non seguendo la nouvelle théologie in odore di neo-modernismo, ma alla scuola del medievale san Tommaso, anche per infondere, “equilibrio di giudizio, profondità di vedute, buon senso e maturità intellettuale”.

Tornare alla Tradizione dottrinale, ascetica e morale dei grandi Padri e Dottori della Chiesa è certamente l’antidoto migliore ai veleni della modernità?
Noi della Luce di Maria crediamo che sia una delle strade ma uniti in preghiera chiediamo allo Spirito Santo di fare ciò che veramente è necessario.

Antonio Fiori