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Coronavirus, inchiesta shock: primi casi in una miniera già nel 2012

Coronavirus, una nuova inchiesta potrebbe fornire un quadro totalmente inaspettato.

photo pixabay

Pare che il responsabile dell’attuale pandemia potrebbe avere fatto la sua comparsa in Cina, per la prima volta, addirittura già nel 2012.

In quell’anno sei persone presentarono una polmonite anomala. Ciò accadde in seguito a una loro visite nella miniera di rame abbandonata nello Yunnan, l’estremo sud della Cina, allo scopo di ripulirla.

Le ricerche nelle miniere cinesi e quelle strane polmoniti

In quella miniera trovarono grandi quantità di guano e di pipistrelli, oltre che un terreno particolarmente per la nascita di micro-organismi e agenti patogeni, secondo gli studiosi potenzialmente letali. L’inchiesta è stata pubblicata dal quotidiano britannico Sunday Times. La data di origine del coronavirus, se l’inchiesta fosse accertata, risalirebbe così a un evento simile a quello in cui prese vita la Sars.

Di quei sei operai che visitarono la miniera, tre persero la vita in seguito al ricovero in ospedale. I sintomi che svilupparono, in quell’occasione, non parvero riconducibili a patologie già note.

I casi risultati inizialmente inspiegabili

Il caso risultò quindi in un primo momento inspiegabile, e venne presentato allo pneumologo Zhong Nanshan. Il medico, infatti, si era distinto in precedenza per la buona gestione dell’epidemia di Sars, nel 2003. Si tratta dello stesso medico che, pochi mesi fa, fu messo a capo della squadra di scienziati del governo cinese incaricato di affrontare la nuova epidemia, quella del coronavirus.

I pazienti in vita, inizialmente quattro, anche se uno morì successivamente, vennero sottoposti ai test degli anticorpi. Una volta monitorati in laboratorio, gli scienziati cinesi stabilirono che nessuno di loro fu infettato dalla Sars. Tuttavia, i quattro uomini svilupparono entrambi una sindrome respiratoria acuta molto grave, da imputare a un nuovo tipo di coronavirus ancora sconosciuto.

Le ricerche nelle miniere cinesi

Ciò venne portato all’attenzione di un gruppo di scienziati che nei mesi successivi entrò in miniera, nell’agosto 2012. In quella giornata gli scienziati, attrezzati di strumenti di protezione come tute, occhiali e mascherine respiratorie, raccolsero un alto numero di campioni per effettuare le ricerche.

(AP Photo/Beto Barata)

Tra questi c’erano anche i campioni delle feci di quasi trecento pipistrelli, e la scienziata esperta di pipistrelli Shi Zhengli inviò i dati e i campioni all’istituto di Wuhan, nel primo laboratorio nazionale di bio-sicurezza di livello 4, ovverosia il più alto in assoluto. Il governo cinese completò il laboratorio solo nel 2017. In questo, si prevedeva di ospitare studi sugli agenti patogeni più pericolosi del pianeta.

Il laboratorio di Wuhan

L’alto numero di campioni raccolti richiedeva infatti una struttura di tale sicurezza. Si parlava infatti già da subito della compresenza di molteplici tipologie di coronavirus nella miniera. Nello studio della scienziata Shi Zhengli, nel 2016, rilevò un nuovo tipo di Sars, in un primo momento indicato come RaBtCov/4991, legato a un particolare tipo di pipistrello.

Ma già l’ambasciata Usa in Cina visitò il laboratorio nel 2018, per via del fatto che cominciavano ad essere paventati rischi sulla sicurezza effettiva della struttura. Anche gli esperimenti sulla mutazione del virus, volti a individuarne il livello di pericolosità, destavano preoccupazioni, nonostante la scienziata li giustificasse in nome dell’alto livello di rischio di infettività di un virus che poteva diventare letale.

Diverse immagini vista al microscopio del coronavirus – Sourceweb

I test della scienziata cinese

Nel momento in cui lo sorso 30 dicembre si diffuse la notizia di polmoniti anomale in Cina, la scienziata volò in fretta e furia da Shanghai a Wuhan. In quei giorni visitò molti pazienti che erano stati al mercato locale per fare spese. La donna affermò di non avere trovato riscontri con i virus già analizzati in laboratorio.

Ma il 3 febbraio scorso pubblicò uno studio su Nature in cui si ipotizzava l’origine del virus dai pipistrelli, spiegando che nel suo laboratorio erano presenti virus con somiglianza pari al 96,2 per cento. Ciò bastava come prova dell’origine del coronavirus.

Successive inchieste confermarono la somiglianza tra il Covid-19 e il RaBtCov/4991, il virus rilevato nel 2012 all’interno della miniera abbandonata dello Yunnan. Anche se il laboratorio di Wuhan ha smentito più volte il suo ruolo nell’inizio della pandemia, i dubbi restano e sono molti. Più volte si è accusato il Wuhan Institute of Virology di avere gestito la crisi sanitaria in maniera poco trasparente.

Giovanni Bernardi

fonte: agi

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