Coronavirus, Camisasca: “Ne usciremo in misura della nostra fede”

Dal Coronavirus “ne usciremo in misura della nostra fede”. Davanti all’allarmismo che genera angoscia, il cristiano è chiamato a rispondere con fiducia e speranza.

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Il vescovo Camisasca – photo web source

La lettera inviata dal vescovo di Reggio Emilia-Guastalla, monsignor Massimo Camisasca, ha colto nel segno di tante difficoltà che oggi i cittadini sono trovati ad affrontare, e per le quali molto spesso non si trova in realtà la giusta risposta. I destinatari della missiva erano i sacerdoti della sua stessa diocesi. In realtà il pubblico a cui è arrivato il messaggio è stato molto più ampio.

Camisasca: sconfiggeremo il virus se non ci ripiegheremo in noi stessi

Il prelato ha spiegato che ne usciremo “nella misura in cui non ci ripiegheremo su noi stessi, nella misura in cui non penseremo che sia soltanto la fiducia nelle nostre forze a risolvere le situazioni, nella misura in cui manterremo rapporti di comunione vera con Dio e con le altre persone”.

“Se la nostra fede è vera, essa è sempre una luce e una forza dentro le difficoltà del momento”, è la presa d’atto del religioso. “Non dobbiamo mai dimenticare che Dio non lascia la nostra mano. Dio permette le difficoltà perché noi abbiamo a riscoprire la concretezza della Sua presenza e la necessità della nostra conversione”.

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“Dobbiamo aiutare le persone a vedere tutta la realtà”

Il punto è che “dobbiamo aiutare le persone a essere comprensive verso tutti i fattori che sono in gioco nella realtà”. Le persone infatti hanno più paura dell’indeterminatezza e della propria impotenza che del coronavirus.

Non a caso, “oggi le nostre comunità sono minate dall’individualismo, ma la persona deve trovare un contesto comunitario per poter risorgere. Altrimenti, se crede di poter confidare soltanto sulle proprie energie psichiche, morali o spirituali, non ci riuscirà”. In sostanza, ciò che va riscoperta è “l’oggettività del sacramento della Chiesa”.

Davanti alla paura, il ruolo dei pastori è di dare speranza

Di fronte a un momento storico in cui le uniche parole che si sentono, e che vengono continuamente usate, sono “coprifuoco”, “quarantena”, “lockdown”, “distanziamento sociale”, il ruolo dei pastori, spesso tristemente dimenticato, è quello di dare speranza. Di rinnovare la fiducia infinita nel Signore che non ci abbandona mai. Insomma, di richiamare il figlio perduto alla fede.

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Il vescovo Camisasca – photo web sourcePurtroppo, però, troppo spesso anche gli uomini di Chiesa si accodano senza colpo ferire alla narrativa dominante, della sicurezza, dell’allarmismo esasperato, o infine dell’uomo forte che attraverso la paura vuole estendere il proprio dominio non solo sulle leggi ma anche sulla libertà delle persone stesse.

Camisasca: “si rischia di entrare in una visione paranoica della realtà”

Il vescovo Camisasca, al contrario, ciò che vede, e che mette in luce, è “il rischio di entrare in una visione paranoica della realtà”. Quella in cui i cittadini si convincono che “l’unico criterio sia chiudersi in casa”. Perciò l’invito del pastore è uno. “Senza demordere da tutte le attenzioni dovute, dobbiamo continuare a vivere”.

In questo modo il compito della Chiesa torna alla sua missione originale. Quella cioè di annunciare il Vangelo. “Mai come in questo momento è chiaro che le ragioni della fede sono le ragioni della vita”. La lettera del vescovo nasce dalla sua percezione diffusa, avuta negli incontri con i sacerdoti e con le persone.

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I politici contribuiscono a generare un clima di paura

Vale a dire di “un diffuso stato di ansia e di agitazione superiori a quanto sarebbe ragionevole”, spiega. “Si sta creando nel popolo un clima di vera e propria paura, che invece di aiutare l’affronto delle difficoltà, finisce per paralizzare”. Il vescovo quindi ha deciso di “scrivere ai sacerdoti perché sono i primi tramiti per i fedeli di questa educazione dello spirito a una ragionevole prudenza”.

La presa d’atto di Camisasca è che ci siano soggetti pubblici ben interessati a diffondere questo clima di terrore. “Io ho la percezione che i giornali e i politici – i politici in generale e specialmente coloro che governano – oltre ad avere il merito di affrontare questa situazione, stiano contribuendo a generare tra le persone un clima di paura”, dice.

Gli interventi da tempo di guerra generano effetti depressivi

“Si ascoltano gli interventi dei politici come un tempo i bollettini di guerra. Questo mi sembra avere nella gente un effetto depressivo. Dopo il lockdown ho visto persone molto segnate dal disagio psicologico, più ancora che dalla malattia e dalla povertà. Così in qualche caso si sono ingigantiti anche problemi relazionali, magari già presenti, perché non sono stati affrontati con la dovuta pacatezza e razionalità. Ma nella lettera c’è un ulteriore messaggio rivolto a tutti i credenti”.

L’invito del prelato è quindi, in conclusione che “che la nostra fede non sia astratta”. La pandemia dovrebbe cioè essere un momento per “riscoprire il peso della preghiera e della parola di Dio nelle nostre vite”, come disse lo stesso Camisasca a febbraio. Per il semplice motivo che “il Signore ci sta richiamando a una vita meno superficiale, ci invita a trovare ciò che è eterno dentro ciò che passa, a una considerazione più pacata dell’esistenza”.

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“Noi non sappiamo se questo virus sarà debellato o se resterà tra noi. Il dato di realtà è che, escluso il vaiolo, tutti i virus sono rimasti in qualche forma. Però sappiamo che ne usciremo: dal punto di vista medico troveremo anche vaccini e strumenti per tutelarci, però ne usciremo soprattutto se non ci lasceremo schiacciare nello sguardo sulla vita”.

Giovanni Bernardi

Fonte: tempi.it

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