Contraccezione e famiglia: “Humanae vitae”, la contestatissima enciclica di Paolo VI

Contraccezione e famiglia :"Humanae Vitae", la contestatissima enciclica del beato Paolo VI
Il Convegno

Sabato 9 giugno si terrà a Brescia un Convegno importante ed autorevole dal titolo “Humanae vitae: la verità che risplende” (Humanae vitae) che, per chi lo ignorasse, è la magnifica eppur contestatissima enciclica che il beato Paolo VI (1963-1978) dedicò alla vita, alla famiglia e al problema della contraccezione.

Quel documento fu e resterà nei secoli a venire un testo storico e profetico difficilmente raggiungibile.

Il 1968 fu un anno fatidico, un anno di svolta che molti, specie tra gli intellettuali più blasonati e radical chic (alla Saviano per esempio), vorrebbero celebrare e commemorare, mostrando per il fatto stesso che non sempre e non per tutti vale il detto Historia magistra vitae.

La storia reale di questo cinquantennio – in Italia, in Europa e nell’intero Occidente – la quale ovviamente non può ridursi a male assoluto e a pura negatività e perdita, è però la storia di 2 colossali cambiamenti di paradigma difficilmente contestabili.

Due arretramenti storici che per tutti i cattolici (e per le stesse persone di buona volontà che non hanno il dono della fede) significano qualcosa di molto, molto triste e pericoloso.

Nell’ultimo mezzo secolo si sono disfatte, diradate, seccate, diluite due delle massime istituzioni morali dell’umanità, particolarmente solide e diffuse proprio nel nostro Paese: la fede cristiana e la famiglia (biblicamente intesa).

Potremmo citare in tal senso statistiche su statistiche e riempire l’articolo di numeri, percentuali, esempi, citazioni, ma ciò non appare come strettamente necessario. Soprattutto se con serenità e pacatezza si sa osservare l’evoluzione dei costumi e la mentalità corrente. Per chi volesse approfondire la crisi della fede cattolica in Europa, dove essa fu portata niente meno che da alcuni dei 12 Apostoli scelti dal Signore, rimando ai classici sul tema, un po’ datati a volte ma sempre attuali. Tra tutti, si veda Romano Amerio, Iota unum, Fede & Cultura, 2016. Oppure all’intervista appena tradotta in italiano di mons. André-Joseph Léonard, intitolata Dio è morto?, Cantagalli, 2018. Si vedano anche le opere di don Nicola Bux, per esempio Come andare a messa e non perdere la fede, Editoriale Il Giglio, 2016.

Sul tracollo dell’istituzione familiare, che parrebbe portare nei prossimi anni alla quasi-scomparsa del matrimonio in Occidente, c’è un’abbondanza di studi e titoli. Si veda, per chi legge il francese, l’ottimo libretto appena uscito del filosofo Thibaud Collin, Le mariage chrétien a-t-il encore un avenir?, Artege, 2018. Oppure lo studio storico-scientifico di Giancarlo Cerrelli e Marco Invernizzi, La famiglia in Italia, dal divorzio al gender, Sugarco, 2017.

Insomma, c’è un calo drastico nella fede e nella pratica religiosa (che non si limita alla messa domenicale), e questo calo, per la sua diffusione, porta al tracollo delle altre istituzioni cristiane, in primis la famiglia. Meno fede più liti, più liti più crisi in famiglia: non sarà empirico, ma mi pare ugualmente lapalissiano!

E’ vero poi anche il contrario. Più divorzi, più separazioni, più convivenze, meno matrimoni in chiesa (a fronte di quelli civili): tutto ciò contribuisce ad allontanare le persone dalla tradizione cristiana. Per esempio a battezzare meno i bambini, accettando la logica inetta e contraddittoria del ‘decideranno loro’!

Alcuni teologi blaterano dicendo che non è il numero dei matrimoni che si celebrano ciò che conta, ma la qualità spirituale delle famiglie. Ma questo è inaccettabile. Se due battezzati maggiorenni decidono di non sposarsi in chiesa e vanno a convivere (oppure si sposano solo in comune) è ovvio che la loro fede è già vertiginosamente carente. Questo è un fatto.

Il matrimonio, che è un’istituzione naturale e universale, precede la Rivelazione di Cristo. E’ stato però elevato dal Signore alla dignità superiore di sacramento, ed ha acquisito una serie di caratteristiche che lo rendono unico e inconfondibile rispetto alle altre pur importanti istituzioni sociali. Si pensi all’indissolubilità assoluta, al dovere (salvo eccezioni) della procreazione ed educazione della prole, all’unità della famiglia cristiana come dovere sacro ed anche come ideale di vita che i coniugi scelgono (o rifiutano di scegliere) per loro libera (e irrevocabile…) decisione.

Insomma, il 68 è un anno simbolicamente tragico. Dalla rivoluzione dei costumi favorita dalle insurrezioni studentesche (vietato vietare, la fantasia al potere, padre padrone, l’utero è mio e lo gestisco io, etc), ne è venuto un male difficilmente cancellabile e storicizzabile, specie a livello di mentalità diffusa.

Ma il 68 ebbe anche la Chiesa cattolica come protagonista. E ciò fu dovuto al coraggio di Paolo VI il quale, promulgando l’Humanae vitae, sapeva benissimo di contrastare non solo il ‘senso della storia’ marxisticamente inteso, ma altresì molti ambienti ecclesiali, ormai attraverso il progressismo pseudo-cristiano, ben acquisiti alla logica dell’individualismo, del relativismo etico e dell’edonismo no limits.

Il cuore dell’enciclica afferma così: “In conformità con questi principi fondamentali della visione umana e cristiana sul matrimonio, dobbiamo ancora una volta dichiarare che è assolutamente da escludere, come via lecita per la regolazione delle nascite, l’interruzione diretta del processo generativo già iniziato, e soprattutto l’aborto diretto, anche se procurato per ragioni terapeutiche. È parimenti da condannare, come il magistero della chiesa ha più volte dichiarato, la sterilizzazione diretta, sia perpetua che temporanea, tanto dell’uomo che della donna. È altresì esclusa ogni azione che, o in previsione dell’atto coniugale, o nel suo compimento, o nello sviluppo delle sue conseguenze naturali, si proponga, come scopo o come mezzo, di impedire la procreazione. Né, a giustificazione degli atti coniugali resi intenzionalmente infecondi, si possono invocare, come valide ragioni: che bisogna scegliere quel male che sembri meno grave o il fatto che tali atti costituirebbero un tutto con gli atti fecondi che furono posti o poi seguiranno, e quindi ne condividerebbero l’unica e identica bontà morale. In verità, se è lecito, talvolta, tollerare un minor male morale al fine di evitare un male maggiore o di promuovere un bene più grande, non è lecito, neppure per ragioni gravissime, fare il male, affinché ne venga il bene, cioè fare oggetto di un atto positivo di volontà ciò che è intrinsecamente disordine e quindi indegno della persona umana, anche se nell’intento di salvaguardare o promuovere beni individuali, familiari o sociali. È quindi errore pensare che un atto coniugale, reso volutamente infecondo, e perciò intrinsecamente non onesto, possa essere coonestato dall’insieme di una vita coniugale feconda” (n. 14). Significa che è inaccettabile l’artificio: pillole femminili (pre o post-coniugio), profilassi maschile, e tutte le possibilità che una scienza di falso nome (cf. 1 Tm 6, 20) offre agli inebetiti giovani d’oggi.

La Chiesa però, non si limitava per bocca di Paolo VI a disapprovare aborto, contraccezione e coitus interruptus, ma ribadiva la liceità dei cosiddetti ‘metodi naturali’ di regolazione della fertilità, segno di paternità e maternità responsabili.

Il n. 16 dell’enciclica infatti recita così: “Se dunque per distanziare le nascite esistono seri motivi, derivanti dalle condizioni fisiche o psicologiche dei coniugi, o da circostanze esteriori, la chiesa insegna essere allora lecito tener conto dei ritmi naturali immanenti alle funzioni generative per l’uso del matrimonio nei soli periodi infecondi e così regolare la natalità senza offendere minimamente i principi morali che abbiamo ora ricordato. La chiesa è coerente con se stessa, sia quando ritiene lecito il ricorso ai periodi infecondi, sia quando condanna come sempre illecito l’uso dei mezzi direttamente contrari alla fecondazione, anche se ispirato da ragioni che possano apparire oneste e gravi. Infatti, i due casi differiscono completamente tra di loro: nel primo caso i coniugi usufruiscono legittimamente di una disposizione naturale; nell’altro caso essi impediscono lo svolgimento dei processi naturali. È vero che, nell’uno e nell’altro caso, i coniugi concordano con mutuo e certo consenso di evitare la prole per ragioni plausibili, cercando la sicurezza che essa non verrà; ma è altresì vero che soltanto nel primo caso essi sanno rinunciare all’uso del matrimonio nei periodi fecondi quando, per giusti motivi, la procreazione non è desiderabile, usandone, poi, nei periodi agenesiaci a manifestazione di affetto e a salvaguardia della mutua fedeltà”.

Nel Convegno di Brescia, a cui tutti i lettori sono caldamente invitati, parleranno delle personalità di primo piano per approfondire i concetti quei sintetizzati e le loro applicazioni attuali. Tra essi, il card. Willem Jacobus Eijk (arcivescovo metropolita di Utrecht), mons. Livio Melina (teologo e bioticista di fama internazionale), Massimo Gandolfini (medico e portavoce del Family day) e la giornalista Costanza Miriano. Probabilmente vi sarà un saluto da parte del sindaco di Brescia, del Vescovo diocesano mons. Tremolada e persino del nuovo Ministro della Famiglia Stefano Fontana.

Antonio Fiori