Non vi confessate cosi….


Degli anni in cui ho servito la Parrocchia come catechista, il ricordo più intenso è sicuramente legato alla preparazione dei bambini scelti per la Prima Confessione: la loro prima volta in privato davanti al sacerdote, a parlare dei loro segreti peccatucci. Non era semplice spiegare ai bambini il perché di quel Sacramento, affatto semplice insegnare loro a viverlo con serenità e verità.

La cosa che però risultava più difficile era spiegare cosa fosse il peccato, evitando di inculcarlo nelle loro tenere menti, ancora alquanto pure.

Beh, devo ammettere -o confessare, sarebbe più appropriato dire- che non è facile nemmeno spiegare tutto ciò ad un adulto.

Il segreto del confessionale è quasi un mistero da accettare per fede. Credere che nella persona del Sacerdote, in persona Christi, ci sia Gesù, nostro fraterno amico e confidente, può certamente svelare al nostro cuore, perlomeno, che bisogna rendersi puliti per camminare con Lui e sentire il petto ardere, come accadde ai discepoli di Emmaus, accorgendosi di andare in una direzione sbagliata.

Nessuno dice che è facile mettersi a nudo, scrollarsi di dosso le mille e una maschere con cui ci piace addobbarci e porsi nelle mani di chi in quel momento ci sembra un uomo come noi. E’ orgoglio che scambiamo per pudicizia, il timore che qualcuno venga a conoscere in quale angolo della nostra anima il male ha messo il seme che chiamiamo riservatezza.

Dio ci vede nell’intimo, non possiamo nasconderci, convinciamoci di questo. Piuttosto aiutiamoci con un buon esame di coscienza (cominciando a scorrere i dieci Comandamenti), perché quella persona Christi ritrovi in noi il bambino della Prima Confessione, con un’anima nuova di zecca, assolta e assorta in meditazione e sintonizzata con l’Altissimo.

Un importante spunto di riflessione in merito a ciò che è meglio evitare recandoci in confessionale, la propone Monsignor Mario Delpini, in un testo pubblicato l’8 gennaio su “Milano Sette”, inserto di “Avvenire”.

Cosa rende la Confessione inutile:

  1. Confessare i peccati degli altri invece che i propri (e confidare al confessore tutte le malefatte della nuora, dell’inquilino del piano di sopra e i difetti insopportabili del parroco, dopo aver accertato che il confessore non sia il parroco).
  2. Esporre un elenco analitico e circostanziato dei propri peccati, con la preoccupazione di dire tutto e tirare un sospiro di sollievo quando l’elenco è finito: ci sono di quelli che salutano considerando tutto finito. L’assoluzione è ricevuta come una specie di saluto e di augurio.
  3. Confessarsi per giustificarsi: in fondo non ho fatto niente di male. Il pentimento è un sentimento dimenticato.
  4. Confessare tutto, eccetto i peccati più gravi (“perché se no non mi assolve”).
  5. Presentarsi al confessore con la dichiarazione: “Io non ho niente da confessare”.
  6. Confessarsi perché “me l’ha detto la mamma (o il papà o la moglie o la zia…)”.
  7. Parlare con il confessore per mezz’ora del più e del meno e concludere: “La ringrazio che mi ha ascoltato! Le auguro buona Pasqua, a Lei e alla Sua mamma”.
  8. Approfittare per confessarsi della presenza di un confessore (“Non avevo neanche in mente di confessarmi, ma ho visto che era libero…”).
  9. Confessarsi perché è giusto confessarsi ogni tanto.
  10. Confessarsi per evitare che il confessore sia venuto per niente.

Aggiungerei, cosa rende la Confessione utile: pentirsi e proporsi di fare meglio, d’ora innanzi.