Concistoro: con Francesco, è record di nomine di cardinali

È stato il primo concistoro con i porporati in mascherina. Due dei nuovi cardinali non hanno presenziato alla cerimonia per ragioni legate alla pandemia.

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Sempre per motivi sanitari, non hanno avuto luogo i tradizionali abbracci di pace, né le visite di cortesia dei fedeli.

Di primo acchito, verrebbe da dire che si è trattato un evento in sordina ma le cose stanno diversamente. Il concistoro celebratosi sabato scorso in San Pietro per la creazione di tredici cardinali, è di grandissima rilevanza sostanziale e riporta persino dei record. In primo luogo, con il suo settimo concistoro in poco meno di otto anni di pontificato, Francesco diventa il papa che ha creato il maggior numero di cardinali – per l’esattezza 101 – nel minor numero di anni. Benedetto XVI, in un arco di tempo simile, si è fermato a 90 nomine cardinalizie. Se è vero che il record assoluto spetta a San Giovanni Paolo II (231 cardinali), è anche vero che le nomine di Wojtyla furono distribuite in circa un quarto di secolo e in nove concistori.

Dunque, il numero dei cardinali è salito a 229, di cui 128 potenziali elettori a un prossimo conclave. Tra questi ultimi, i nominati da Francesco sono in netta maggioranza: 73 cardinali, contro i 39 nominati da Benedetto XVI e i 16 nominati da Giovanni Paolo II. L’Europa continua a detenere il primato con 106 cardinali (di cui 53 elettori) ma ormai più della metà dei porporati sono extraeuropei. Sale invece il peso specifico dell’Asia e dell’Africa all’interno del collegio cardinalizio. Se si considera l’intero pontificato bergogliano, infatti, gli africani salgono a 30 rispetto ai 18 del 2013. Gli asiatici passano da 20 a 27, i nordamericani rimangono 26 come sette anni fa, mentre sale il numero dei centroamericani e sudamericani (da 25 a 34).

Ruanda e Brunei debuttano nel collegio cardinalizio

La tendenza che si conferma è la “corsia preferenziale” predisposta da Bergoglio per le chiese dei paesi in via di sviluppo. Si pensi – riguardo all’ultimo concistoro – ad Antoine Kambanda, arcivescovo di Kigali, primo ruandese a ricevere la berretta rossa. Ha destato molta commozione la storia personale del nuovo porporato, la cui famiglia è stata quasi completamente sterminata durante la guerra civile.

Altro paese a ricevere per la prima volta rappresentanza nel collegio cardinalizio è il Brunei, terra a stragrande maggioranza musulmana, dove i cattolici sono appena il 6%. Il vicario apostolico Cornelius Sim non era presente sabato a Roma, per le stringenti norme antipandemia vigenti nel suo paese. Sim riceverà la porpora non appena la situazione sanitaria lo consentirà. Stesso discorso per José F. Advincula, arcivescovo di Capiz, nelle Filippine.

Tra gli americani, si segnalano: Wilton D. Gregory, arcivescovo di Washington D.C., primo afroamericano a diventare cardinale; il messicano Felipe Arizmendi Esquivel, vescovo emerito di San Cristóbal de las Casa, tra i protagonisti del Sinodo sull’Amazzonia l’anno scorso; Celestino Aòs Braco, recentemente nominato arcivescovo di Santiago del Cile.

Tra i sei italiani un francescano e un cappuccino

Il numero di nuovi cardinali italiani è stato più alto del solito. Tra questi ultimi spiccano il francescano Mauro Gambetti, già Custode Generale del Sacro Convento di Assisi, e Paolo Lojudice, primo arcivescovo di Siena a ricevere la berretta rossa in tempi recenti. Nessuna sorpresa per la nomina di Marcello Semeraro: in qualità di nuovo prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi, la berretta rossa gli spettava di diritto. A questi ultimi si aggiungono tre ultraottantenni non elettori, tutti piuttosto noti per le più disparate ragioni: il predicatore della Casa Pontificia, Raniero Cantalamessa, che ha rinunciato all’episcopato per continuare a indossare il saio da cappuccino; il parroco di Santa Maria al Divino Amore, Enrico Feroci, ex direttore della Caritas Romana, prete-simbolo della chiesa attenta ai poveri; Silvano Maria Tomasi, già osservatore permanente presso l’ONU di Ginevra.

Con le ultime nomine cardinalizie, papa Francesco rafforza l’assetto della Chiesa che verrà: sempre più periferica, sempre più sinodale, sempre più disarticolata dalle strutture di potere del Vaticano. È sempre più probabile, dunque, che il successore di Bergoglio, per mentalità e approccio pastorale, sarà assai simile al pontefice argentino. Ed è altrettanto probabile che la Chiesa dell’immediato futuro prosegua nella sua opera riformatrice e rinnovatrice, sebbene questo percorso si stia rivelando non privo di contrasti interni e difficoltà.

Luca Marcolivio

 

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