Come sconfiggere l’accidia con la preghiera

 

L’accidia è unanimemente riconosciuta come uno dei sette vizi capitali, essa è una forza distruttrice che parte dall’insoddisfazione e dalla noia trasformandosi poi in forte depressione fino a diventare assenza di significato e di vita. Non è un caso che l’accidia abbia radici lontane, da quando esiste la società strutturata e manca l’esigenza pressante di dover sopravvivere, l’essere umano si è spesso crogiolato nella vita dissennata e lussuriosa. Il piacere derivante da quelle abitudini ha spesso condotto i suoi abitudinari consumatori a diventarne dipendenti, schiavi e ad abbandonare ciò che identifica la vita come tale.

Si potrebbe pensare ai baccanali ed alle tradizionali feste pagane, da secoli esempi di dissolutezza, come sintomo di una società che, priva della guida di Dio, aveva smarrito la retta via in favore di una strada di perdizione. Ma se pensate che ad essere colpiti da questo morbo fossero solo i pagani o le persone prive di fede vi sbagliate. In un’analisi scritta da Pier Angelo Sequeri fondata sugli scritti di Giovanni Climaco e San Nilo sulla malattia che affliggeva i monaci della tebaide possiamo leggere:

“Il medico passa di prima mattina, la malattia (l’akedia) visita i monaci a mezzogiorno”. A quell’ora, commenta san Nilo, il monaco si istupidisce. Se legge, non riesce a coinvolgersi e a concentrarsi; ripetutamente cerca l’abbandono del sonno, ma sono atti di volontà senza successo; si alza improvvisamente come per mettersi all’opera e gli viene voglia di mangiucchiare. Fissa nel vuoto, fissa la parete, non vede niente. Conta le pagine, legge le carte partendo dalla fine, le sfoglia distrattamente a metà, le richiude sull’inizio. Quando il demone meridiano lo coglie, il monaco è colpito dall’orrore del luogo in cui si trova, nel quale non c’è nulla di veramente sensato da fare; ha fastidio dei fratelli con cui vive, che gli sembrano aridi e grossolani”.

L’accidia è presentata come una malattia indotta da un entità maligna che coglie i monaci a metà giornata. Negli anni successivi si provò a combatterla istituendo delle regole ferree e delle ore di lavoro e preghiera ben strutturare, questo permise di tenere impegnati i monaci fino a tarda sera. Ben presto però il demone dell’accidia si ripresentò ancora più forte nelle ore notturne, mitigato in parte dalla preghiera corale. La condizione difficile dei monaci di fronte alla tentazione dell’accidia viene descritta alla perfezione dal grande monaco benedettino Otlone di sant’Emmeran, che nel suo diario scriveva: “Leggo e medito la Bibbia, la mia mente si immerge nel pensiero di Dio e penso che tutto è giusto. Ma è come se la parola e l’azione di Dio non avessero più forza su di me”.

Queste testimonianze antiche spiegano in parte la definizione di peccati capitali, essi infatti non sono chiamati così non perché sono i più gravi, ma perché stanno alla base della natura umana e si mescolano con la vita di tutti i giorni senza che li si possa eliminare del tutto. Non è un caso, quindi, che uomini di fede e retti vengano colpiti da accidia perdendo in parte la loro disposizione a fare del bene e non vi è dubbio che pur seguendo alla lettera i dettami della Bibbia ci troveremo costantemente a combattere con essi.

Considerato allora che tali pulsioni o inclinazioni al godimento sono parte integrante della nostra natura ci si può chiedere (sicuramente lo faremo durante la vita) per quale motivo dovremmo privarcene ed in favore di cosa. La risposta esatta a questo quesito ce la regala il tempo sotto forma di esperienza, dopo un certo numero di anni ci si rende conto che è grazie all’aver rinunciato al godimento temporaneo ed egoistico abbiamo raggiunto le più grosse soddisfazioni personali e relazionali, stabilendo chi siamo e chi ci sta intorno.