La Catena di sant’Antonio, non ha nulla a che fare col Santo di Padova

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Catena

La Catena di sant’Antonio è un modo per diffondere un messaggio all’infinito, o quasi.
Infatti, dopo averlo inviato, si chiede al destinatario di inviarlo ad altri, a sua volta, e cosi via, senza interruzione di sorta.
In primo luogo, questo metodo non ha nulla a che fare con la devozione, con l’altruismo, con la sensibilità, con la disponibilità, come molti messaggi vorrebbero farci credere, anche quando chiede di tramandare delle preghiere o delle intercessioni e promette la protezione degli Angeli e dei Santi; in secondo luogo, non è collegabile a Sant’Antonio di Padova, ma semmai -suo malgrado- a Sant’Antonio abate (251-356, Egitto), che si festeggia i 17 Gennaio.

La Catena e Sant’Antonio abate

Si racconta, infatti, che Sant’Antonio abate, un giorno, scrisse una lettera molto severa, indirizzata al Duca d’Egitto Ballachio. Lo avvertiva che, se avesse ancora perseguitato e condannato i cristiani, l’ira di Dio si sarebbe abbattuta su di lui. Dopo di che, gli chiedeva di inviare quell’ammonimento a tutti i potenti della zona, che condividevano la sua stessa avversione contro Dio.
Il Duca non lo prese sul serio, ma, dopo qualche giorno, il suo cavallo, mai fino ad allora stato irascibile, lo disarcionò: il Duca cadde rovinosamente a terra e morì.

Da quell’evento, non solo si sarebbe diffuso l’uso della Catena di Sant’Antonio, ma anche l’annuncio della nefasta sorte per chi la dovesse interrompere.
Nel corso dei secoli, la denominazione di Catena di Sant’Antonio è stata collegata a diverse missive, che, oggi, si propagano anche tramite internet, con le mail, e da un cellulare all’altro, con Sms e messaggi WhatsApp.

Ecco un excursus delle Catene di Sant’Antonio più note:
Durante la prima guerra mondiale, circolava una missiva, che trasmetteva una preghiera per la pace. Fu, però, giudicata come propaganda nemica e stoppata.
Negli anni cinquanta, si inviavano, ad amici e conoscenti, lettere che, prima, chiedevano “Recita tre Ave Maria a Sant’Antonio” e, poi, descrivevano le grazie che sarebbero accadute a chi avesse mandato avanti la Catena e le disgrazie riservate a chi l’avesse interrotta.
Negli anni settanta ed ottanta, si spedivano delle lettere che riportavano indirizzi di altre persone. Chi ne riceveva una era tenuto ad inviare una cartolina della sua città, al primo nominativo della lista, e, poi, la stessa lettera ad altri conoscenti.

Le Catene più nocive

Nello stesso periodo, qualcuno preferiva scrivere messaggi sulle 1000 lire, che poi spendeva.
Oggi giorno, si chiede, su Facebook, di mettere un like ad un post, di copiarlo e di condividerlo sulla propria Home ed anche questa è una forma di Catena di Sant’Antonio.

Questo genere di metodologia, che può sembrare innocua, in effetti, induce a pratiche obbligate, sotto una sorta di minaccia psicologica, che porta a credere nella sciagura che potrebbe abbattersi su di noi, se non compissimo quella certa azione. E questa è superstizione e null’altro!
Inoltre, forse, non tutti sanno che le Catene di Sant’Antonio, trasmesse via internet, sono considerate una pratica vietata dalla netiquette, ossia dalla buona educazione in rete (“netiquette” è l’unione dei termini “network”, ossia “rete”, e “etiquette”, ossia “buona educazione”).

Ci sono, poi, delle Catene di Sant’Antonio ritenute proprio illegali dalla Corte di Cassazione e sono quelle del marketing piramidale inappropriato e ingannevole.
Secondo la sentenza 37049/2012, “le attività commerciali in cui il beneficio economico deriva dal reclutamento di utenti, piuttosto che dalla vendita diretta di beni o servizi, sono da ritenersi fuorilegge”. Del resto, già anni fa, si era diffusa la pratica di inviare, insieme alle missive delle Catene, dei soldi, in modo da farne ritornare un bel gruzzoletto al mittente. Non si è mai saputo se questo avesse funzionato per qualcuno!

La Catena di Sant’Antonio -diciamolo chiaro- è una truffa che, ben che vada, ci impone sensi di colpa, per non aver adottato il cane proposto su Facebook, e angoscia per la minaccia, anche di morte tante volte, che porta con se, senza considerare la disonestà e la mala fede di chi da speranza di guadagno, di lavoro, di successo.
Nel 1935, per la prima volta, un Dizionario citò la definizione di Catena di Sant’Antonio, parlando delle lettere spedite a più persone, in forma anonima, che incitavano ad una certa preghiera, che “sarebbe servita a salvare il mondo”, a patto che, chi veniva investito di questa enorme responsabilità, avrebbe, a sua volta, poi, re-inviato la lettere, ad un certo numero di persone, che avrebbero dovuto fare lo stesso.

Nel corso degli anni, quella definizione, che sembrava quasi innocente, è stata ampliata con termini che vanno dalla minaccia, all’istigazione a delinquere vera e propria.
Ora, che abbiamo svelato gli arcani sulle vicende relative alla Catena di Sant’Antonio e alla sua origine e possiamo dirci più che sicuri che nemmeno Sant’Antonio abate l’avrebbe voluta propagare, cerchiamo di essere più fermi e affatto scaramantici, la prossima volta che ne riceveremo una, perché accadrà di nuovo. Oh, se accadrà!

Antonella Sanicanti