“Andrei all’inferno pur di salvare un bambino” è il grido accorato del prete

Nella settimana in cui si celebra la XXV edizione Giornata Bambini Vittime della violenza, spicca la pubblicazione di un libro con una testimonianza da brividi

Di Noto 25 GBV

Foto: web sourceDon Fortunato Di Noto. La mia battaglia in difesa dei bambini (Paoline, 2021) è un libro-intervista parzialmente biografico, dedicato al fondatore di Meter Onlus e alle sue battaglie.

Una vocazione non prevista

Il volume, curato dal giornalista Roberto Mistretta, ha un punto di partenza, rappresentato dal personaggio di don Di Noto, e un punto d’arrivo, rappresentato dalle testimonianze dei ragazzi da lui salvati.

Per molti bambini e famiglie, don Fortunato è un eroe dei nostri giorni, praticamente un santo. Nessuna storia di santità, però, sorge innata. Fino ai vent’anni e oltre, il giovane Di Noto, non solo non aveva mai immaginato che sarebbe diventato famoso per la sua lotta alla pedofilia ma nemmeno aveva mai considerato la possibilità di ordinarsi sacerdote.

Durante l’adolescenza, oltretutto, Fortunato si era rivelato un ragazzo piuttosto irrequieto, poco studioso e non più di tanto religioso. I talenti, comunque, era evidente che non gli mancavano. Figlio di un carabiniere e di una casalinga, cresciuto in una famiglia umile ma dignitosa e dai solidi valori cristiani, Fortunato Di Noto è nato ad Avola nel 1963. È vissuto con i genitori e i tre fratelli a Ragusa, fino ai 14 anni, per poi ristabilirsi nella cittadina della Sicilia ionica.

Da teenager mostra subito un temperamento incendiario, decisamente da leader. Siamo alla fine degli anni ’70, fase conclusiva di una lunga stagione di impegno politico giovanile. Fortunato gira da un’assemblea all’altra e si appassiona di molte cause, tuttavia, ancora non ha ben chiaro in cuor suo a cosa vuole dedicarsi “da grande”.

La vocazione sacerdotale avviene in modo inaspettato, a seguito della lapidaria intuizione di un anziano sacerdote: “Fortunato, tu devi fare il prete”. Per il ventunenne Di Noto è l’inizio di un tormentato discernimento interiore, che lo porterà alla scelta del seminario.

Il rogo degli amuleti

In trent’anni di presbiterato, la vocazione di don Fortunato si è colorata di decine di episodi provvidenziali, che lo hanno indirizzato verso sentieri assolutamente inaspettati. C’è un aneddoto che lo ha cambiato fortemente: una sera un senzatetto bussa alle porte della sua parrocchia domandandogli se può fornirgli un paio di calzini bianchi nuovi. Il giovane sacerdote ne ha un paio ma, molto a malincuore, sceglie di non darli: un cocente rimorso patito a lungo ma anche l’inizio di una seria purificazione interiore.

Una svolta decisiva è l’assegnazione della parrocchia della Madonna del Carmine, nella parte più degradata e malfamata della periferia di Avola. Un ambiente a dir poco ostico, dove i residenti diffidano molto del clero e dove viene praticata la superstizione. La strada appare tutta in salita per don Fortunato, eppure giorno dopo giorno, i parrocchiani iniziano ad appoggiarsi a questo sacerdote così carismatico e volitivo, fino a un episodio spartiacque, assolutamente imprevedibile fino a poco prima: il catartico rogo degli amuleti, cui partecipa quasi tutta la comunità.

La dimensione di impegno sociale nella vita di don Fortunato Di Noto si delinea sempre più, anno dopo anno. La sua vocazione di “prete degli ultimi” prende forma in tanti modi ma, ormai, nella seconda metà degli anni ’90, è ormai chiarissimo cosa il Signore sta chiedendo a don Fortunato: fare da cireneo ai più sofferenti dei bambini crocefissi.

Grazie anche alle competenze e alla collaborazione del fratello informatico Paolo, don Fortunato diventa un provetto navigatore del web, in anni in cui sono ancora pochissimi ad avere il modem a casa. Provvidenzialmente, il sacerdote siciliano scopre il dark web e tutte le nefandezze che nasconde.

Popolare e amato ma scomodo

Denuncia dopo denuncia, prima della fine del secolo, il nome di don Fortunato Di Noto ha ormai una risonanza nazionale e internazionale. Nell’autunno del 2000, lo vediamo al margine di una vicenda particolarmente turbolenta che lo porterà a denunciare la presenza di una lobby pedofila con coperture politiche. Don Fortunato paga la sua schiettezza e il suo coraggio, con ingiuste accuse di protagonismo e imprudenza. Persino dal Vaticano arriva una reprimenda. Difficoltà che non frenano minimamente il suo impegno per i bambini vittime di abusi e di traffico d’esseri umani.

Il resto è storia. Nell’ultimo ventennio, il lavoro di Meter Onlus è cresciuto esponenzialmente. Don Fortunato ha gettato il classico sasso nello stagno, infondendo coraggio in tanti bambini, giovani e mamme.Se pure dovessi andare all’inferno per salvare un bambino, lo farei”, dichiara senza mezzi termini nel libro-intervista.

La notorietà del sacerdote siciliano e della sua opera è però inversamente proporzionale alla presa di coscienza della popolazione sulla tragedia degli abusi ai danni dell’infanzia. In particolare, sul web, complici anche i vari lockdown, Meter ha rilevato un sostanziale raddoppio dei link (da 8489 a 14521) e dei video (da 992.300 a 2.032.556) a sfondo pedopornografico nel 2020 rispetto all’anno precedente. La tragica frontiera dell’orrore si spinge ormai verso gli abusi sui neonati.

Da più di vent’anni, don Fortunato lamenta il quasi totale disinteresse delle istituzioni intorno ai problemi da lui denunciati. Ogni minimo segno di gratitudine di ogni vittima salvata, lo spinge però ad andare avanti. Come il piccolo Carlos, brasiliano, primo bambino sottratto ai tentacoli della schiavitù pedopornorafica: “Grazie sono libero, ma ora grida. Per me e per tutti gli altri bambini”.

Luca Marcolivio

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