Anche se rischio la vita quello che ricevo è nettamente di più di quello che do

 

 

 

 

 

Troppi bambini ormai nei paesi più disagiati vivono una condizione di emarginazione e di disagio. Sono vittime anche di pregiudizi dovuti a stupide superstizioni che etichettano i bambini che recano in volto i segni della malattia, come appestati, maledetti così oltre al danno si reca anche la beffa. L’iniziativa del dottor Fabio Abenavoli è veramente meritoria, ci insegna come intervenendo sulle loro malformazioni gli si restituisce dignità, e la possibilità di una vera e propria rinascita.

 

“Emergenza sorriso” è una realtà che esiste ormai da sette anni, un’organizzazione non governativa che vanta 260 volontari partiti dall’Italia, di cui 160 medici, provenienti da diversi ospedali, anche molto noti, come il Gemelli e il Fatebenefratelli di Roma, il Policlinico universitario Federico II di Napoli. Sul sito www.emergenzasorrisi.it si può, in tutta trasparenza, leggere il rendiconto dei loro interventi e dei costi sostenuti per la mission, ossia curare i bambini affetti da malformazioni al volto (soprattutto labro leporino) o sfregiati dalla guerra. Ce lo racconta il dottor Fabio Massimo Abenavoli, chirurgo estetico in molte cliniche private della capitale: “Ogni anno nascono nei Paesi del Sud del mondo 160 mila bambini con questa malformazione. Si nutrono male, prendono più facilmente infezioni e, poi, non possono ridere.”.

Questi bambini sono vittime di pregiudizi e spesso vengono abbandonati dalle famiglie perché considerati Ajok (perseguitati da Dio).

L’organizzazione ha anche una mission collaterale, molto nobile e importante: sta cercando di formare, in ogni posto visitato, medici che possano continuare ad operare e ad occuparsi della propria gente. Inoltre si sta promuovendo anche il programma “Accoglienza e Sorrisi” che permette ai bambini più gravi di essere trasportati e curati in Italia, presso strutture più adeguate. Molti di questi bambini potranno poi essere anche adottati.

Il dottore racconta che tanta gente si chiede ancora cosa possa spingerlo ad abbandonare una vita agiata per operare in quei Paesi, dove il rischio di venire uccisi da terroristi o guerriglieri è molto alto, dove la povertà spesso raggiunge livelli inimmaginabili e costringe tutti all’indigenza, medici compresi. Lui risponde: “Perché lì, nel Sud del mondo, . L’Africa è dura: ho preso epatite, malaria, ho operato in condizioni drammatiche, ma ho sempre pensato che la mia vita deve essere così, costruita attorno a un punto fermo: la solidarietà. Io voglio essere una persona utile e nei lunghi esami di coscienza mi ripeto: vivere per gli altri è vivere due volte, solo così la nostra vita ha un senso.”. “Guardate quei volti, guardateli prima e dopo l’intervento. Eccolo il guadagno. Nessuno nella nostra vita si affida così tanto a noi come quei piccoli e come i loro genitori.”. “Ricordo una donna venirmi incontro e mettermi nelle mani il tasbih, il rosario islamico. La guardai, la riconobbi: le avevo curato un figlio. Ora, dopo il suo piccolo, ci affidava anche le sue preghiere.”. “Ho fede in Dio e fede in quello che si fa. Fede nel valore dell’uomo, della vita. Ho nella testa ben ferma la parabola dei talenti. Conosco uomini pieni di capacità che puntano su strade sbagliate, che pensano solo a se stessi. Io voglio essere utile. E poi come potrei non avere fede?”. “Se io non credessi cosa sarebbe la mia vita? Cinque mesi fa ho perso mio figlio di cinque anni. Un tumore. Dio ha deciso così e io penso che lui da lassù sta con noi, al nostro fianco, come un piccolo angelo. Sì, ho perso il mio bambino, ma in ogni missione divento il papà di tanti bambini. Vado avanti così, con fede e passione, perché curare è la mia preghiera.”.

Molto spesso ci chiediamo se il denaro dato in beneficenza possa davvero essere utile  a qualcuno o -ancor peggio- se arrivi davvero a destinazione. L’esempio e la trasparenza del dottor Abenavoli e dell’organizzazione “Emergenza sorrisi” ci rinfranca. Noi, insieme a lui, oggi ci sentiamo un po’ più utili e vicini a chi spesso, nei Paesi martoriati da guerre o malattie, muore da solo, senza a un abbraccio. Che l’esempio del dottore diventi virale e sia da sprone a chiunque, abbattuto dalle crudezza della vita, pensi che nulla serva a migliorarla. La solidarietà racchiude in se l’amore cristiano e la volontà di dimostrarlo a chiunque soffra, in qualunque luogo, di qualunque credo. Ogni gesto, come dice il dottore, da molto di più di quanto ci si aspetti di ricevere o di meritare.