Vangelo della Domenica secondo Matteo 28,16-20 audio e commento

Vangelo di oggi 28 maggio VIII Domenica
SANTISSIMA TRINITA’ UNICO DIO

Vangelo di oggi 28 maggio 2018 – VIII Domenica del tempo ordinario – IV settimana del salterio – ANNO B

Dal Vangelo secondo Matteo 28,16-20 
In quel tempo, gli undici discepoli, andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro fissato.
Quando lo videro, gli si prostrarono innanzi; alcuni però dubitavano.
E Gesù, avvicinatosi, disse loro: «Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra.
Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito santo,
insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo».

PAROLA DEL SIGNORE

IL COMMENTO AL VANGELO

Pensare alla Trinità ci fa fatica. In qualche modo sembra che non ci riguardi. O, se non altro, che non cambi nulla per noi e per la nostra fede. Forse può essere argomento di interesse e di indagine dei filosofi o dei teologi. Ma è un mistero così lontano, che ha poco a che spartire con l’ordinarietà della nostra vita di fede.

Ma è realmente così? In verità il mistero della Trinità è al cuore della fede cristiana, perché è mistero che parla di Dio e di noi. E parla di noi, in quanto ci rivela la più intima natura del Dio che ci ha creati e fatti a sua immagine.

A. In primo luogo ci parla di Dio.

– Dio è Comunità di Persone in perfetta comunione e comunicazione. Noi crediamo in un ‘solo Dio’, ma non in un ‘Dio solo’. Dio non è solo e solitario. Dio nel suo più intimo è dialogo d’amore tra Tre Persone.

Dio non è silenzio, ma Parola; non è monologo, ma Dialogo; non è solitudine, ma Compagnia. Si può proprio dire. ‘In principio era la Relazione!’ .

– La Trinità è unità e distinzione insieme. Unità nell’amore. I ‘Tre’ non sono insieme e basta; ma sono profondamente uniti nell’amo-re. L’unità non è essere insieme, ma contare gli uni sugli altri, per-ché ci amiamo. L’unione non si può imporre, si ha solo ed esclusi-vamente nell’amore.

– La Trinità è luogo di relazioni ugualitarie. I ‘Tre’ sono uguali, perché al loro interno non c’è subordinazione; sono diversi, perché ciascuno ha la sua identità. Lavorano uniti nell’amore, rimanendo diversi.

Bisogna essere sullo stesso piano, uno a fianco all’altro: non uno dominante sull’altro.

– La Trinità è il luogo dell’oblatività totale, dell’estasi dell’amore, del dono di sé. Dio è puro Dono e tutta la vita in Dio è relazione di amore. Il Padre è l’Amante; il Figlio è l’Amato; lo Spirito Santo è l’Amore.

– Dalla Trinità nasce la sorgente di ogni missione (Andate!). Chi ha in sé l’amore, non può che rivelarlo, riversarlo e diffonderlo su tutti gli altri.

B. In secondo luogo ci parla di noi.

– La comunità cristiana e la famiglia prendono ispirazione dalla Trinità per intessere rapporti, per rispettare le diversità, per superare le difficoltà.

– L’uomo, creato a immagine e somiglianza di Dio-Trinità, è chiamato ad essere luogo di relazione e realtà dialogica, a farsi ‘tu’ per gli altri, a uscire dalla propria solitudine per colmare quella degli altri. La nostra identità e la nostra spiritualità è tutta trinitaria. Prima di tutto è con Dio che siamo chiamati a vivere questa relazione. La preghiera, infatti, è relazione e dialogo d’amore con i ‘Tre’.

S. Elisabetta della Trinità diceva che era felicissima di stare con i “suoi Tre”!

Dal Battesimo siamo inseriti nella vita intima della Trinità (Io ti battezzo nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo); facciamo parte della famiglia divina.

E’ un grande privilegio per noi essere ammessi a godere dell’amore che c’è tra il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. E’ come la gioia che prova un bambino che è ammesso a godere dell’amore che c’è tra il papà e la mamma.

Il vero credente è colui che ama creare legami, accogliere, comprendere, camminare insieme, collaborare, condividere…Vive una vita anti-Trinità chi è scontroso, inavvicinabile, soddisfatto della propria autosufficienza, chi si mette su un piedistallo, chi è ripiegato su se stesso, sui propri problemi e necessità, determinate sempre da bisogni fittizi e da esigenze di immagine.

Troppo spesso le nostre relazioni sono possessive e dominanti. Invece di accettare e rispettare l’altro così com’è nella sua diversità, noi tendiamo a catturarlo, a sottometterlo e a piegarlo ai nostri interessi e ai nostri desideri.

Oppure le nostre relazioni sono formali, incapaci di comunicare ciò che è veramente significativo per la nostra persona. Tali relazioni si giocano anzitutto in ambito intra-ecclesiale, perché sia sempre più evidente e trasparente, l’immagine di chiesa, icona della Trinità. Ma poi in ogni altro rapporto sociale, di coppia, di famiglia, di lavoro… sono concrete occasioni che ci vengono offerte per ‘giocarci’ la nostra identità relazionale, costruendo relazioni sempre più umanamente ricche, capaci di reciproco rispetto e di amore disinteressato.

A nulla serve credere nella Trinità, se questa fede non si incarna nella vita e non viene professata attraverso le relazioni di tutti i giorni, attraverso quei gesti di amicizia che mettono in circolazione la comunione d’amore dei ‘Tre’.

– L’amore stile-Trinità è una vera e propria estasi; comporta un uscita da sé, dal proprio tornaconto, dalla cura affannosa per la propria vita: una sorta di estasi in cui io mi sento tanto più vero e tanto più autentico, tanto più genuinamente “io” quanto più mi dono, mi spendo e non mi appartengo più in esclusiva.

Non c’è nell’amore una perdita dell’io, ma un farsi autentico

dell’io nell’uscire da sé verso il tu. Noi ci tempriamo come persone umane nel dono di noi stessi e così diventiamo veramente adulti e maturi, anche umanamente parlando.

Se amo così non ci rimetto ma ci guadagno immensamente. “Chi perde la sua vita, la troverà”, ha detto Gesù.

Nell’uscire da sé, nel vivere un amore estatico, l’uomo trova se stesso e trova Dio. “L’uomo sulla terra è la sola creatura che Dio abbia voluto per se stesso, perciò non può ritrovarsi pienamente se non attraverso un dono sincero di sé” (GS 23).

Quant’è vero questo nella vita della famiglia! Amare nel nome della Trinità, vuol dire amare secondo un amore segnato dal modo con cui il Padre e il Figlio si amano nello Spirito santo.

Superare la logica del mio e del tuo, dei miei doveri e dei tuoi, dei miei diritti e dei tuoi, del ‘chi deve fare il primo passo’, del ‘chi ha ragione’…

Per scoprire la gioia del donare e del saper ricevere, del ‘mio’ che dono a te e del ‘tuo’ che ricevo nella libertà e nella gioia. Anche il ricevere è divino! Qui sta la vera corresponsabilità nella coppia: lavorare per la reciproca profonda comunione, prendersi a carico il benessere dell’altro e insieme dei figli, dare il meglio di sé per di venire una sola carne, convinti che il far star bene l’altro, fa star bene anche me… Gli altri, guardando al nostro modo di relazionarci e di rispettarci capiranno veramente chi è Dio.

– Il compito della Chiesa è quello di far conoscere la vita divina e di introdurre in essa gli uomini. Questa è la missione della Chiesa: ‘Battezzate!’ . Questo vuol dire introdurre gli uomini nella relazione con Dio Padre, per mezzo del Figlio, Gesù Cristo, nello Spirito Santo.

Il segno della croce

Il segno della croce è un sì consapevole detto alla Trinità. Come se dicessimo ogni volta: ‘Sono pronto a vivere e a rivelare con la mia vita il tuo amore, Padre, e il tuo amore, o Gesù, Figlio di Dio, e il tuo amore, o Spirito Santo, il vostro amore che vi unisce in una comunione perfetta e che seppure confusamente, sento come il principio, il senso, la ra-gione, la gioia di tutta la mia vita.

Don L.