Vangelo della Domenica secondo Giovanni 10,11-18 audio e commento

vangelo di oggi 22 aprile 2018 domenica
Il buon Pastore

Vangelo della IV Domenica di Pasqua – IV settimana del salterio – anno B

Dal Vangelo secondo Giovanni 10,11-18
In quel tempo, disse Gesù: «Io sono il buon pastore. Il buon pastore offre la vita per le pecore.
Il mercenario invece, che non è pastore e al quale le pecore non appartengono, vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge e il lupo le rapisce e le disperde;
egli è un mercenario e non gli importa delle pecore.
Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me,
come il Padre conosce me e io conosco il Padre; e offro la vita per le pecore.
E ho altre pecore che non sono di quest’ovile; anche queste io devo condurre; ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge e un solo pastore.
Per questo il Padre mi ama: perché io offro la mia vita, per poi riprenderla di nuovo.
Nessuno me la toglie, ma la offro da me stesso, poiché ho il potere di offrirla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo comando ho ricevuto dal Padre mio».

Parola del Signore

il commento al Vangelo della Domenica

‘Io sono il ‘buon Pastore’; nel testo originale greco, ‘il bel Pastore’, il Pastore quello bello, ideale, autentico, vero, buono, che sa fare il pro-prio lavoro. Ma richiama anche qualcosa di piacevole, di bello appunto. E’ importante saper vedere la bellezza di Cristo e provarne piacere, perché è questa bellezza che salverà il mondo. L’uomo agisce sempre seguendo ciò che più gli piace: è la delectatio victrix di S. Agostino.

E’ chiaro che in questo contesto ‘bello’ sta per ‘buono’. Però è significativo che ‘buono’ coincida con ‘bello’. Come dire che la bontà è bella, che la bontà è anche bellezza, che la bontà è affascinante.

Il cristianesimo è bellezza, la bellezza della bontà, dell’amore e della risurrezione. Troppi credono ancora che il cristianesimo sia solo sacri-ficio, rinuncia, austerità, leggi, precetti e divieti.

Ma questo vangelo ci dice che la bellezza è solo in Gesù, nel suo amore pasquale, crocifisso e risorto, che solo Gesù ci permette di affacciarci sul grande abisso della bellezza sconfinata. E’ proprio vero: ‘Tu sei il più bello tra i figli dell’uomo!’ (Salmo 44).

Con penetrante intuizione, i Padri della Chiesa, hanno qualificato il nostro cammino spirituale come ‘filocalìa’, ossia amore per la bellezza divina, che è irradiazione della divina bontà. Cristo sulla croce manifesta pienamente la bellezza e la potenza dell’amore di Dio.

‘Bello è Dio, Verbo presso Dio. E’ bello in cielo, bello in terra, bello nel seno, bello nelle braccia dei genitori, bello nei miracoli, bello nei supplizi; bello nell’invitare alla vita e bello nel non curarsi della morte; bello nell’abbandonare la vita e bello nel riprenderla; bello nella croce, bello nel sepolcro, bello nel cielo. La debolezza della carne non distolga i vostri occhi dallo splendore della sua bellezza’ (S. Agostino).

Il rimpianto più grande nella vita di S. Agostino è stato proprio questo: “Tardi ti ho amato, Bellezza tanto antica e tanto nuova, tardi ti ho amato!”. Oggi è più che mai necessario ritrovare tutta la gioia e la bellezza della fede. Si è troppo investito in passato sul dovere e la responsabilità di essere cristiani. E’ ora di vivere la fede cristiana più per attrazione che per costrizione. Chi l’ha detto che si può essere attratti solo dai piaceri fisici e spirituali e non anche dai piaceri della fede?

‘Mi rallegro molto sapendo quanto le vostre anime siano belle e liete per la grazia e i doni spirituali che hanno ricevuto’ (Lettera di Barnaba).

Gesù non è solo ‘un’ Pastore, ma ‘il’ Pastore bello che affascina con la sua bontà. Questo Pastore è veramente bello, buono, ideale, perfetto perché dà la vita per le sue pecore. La contrapposizione col mercenario ci permette di gustare meglio la bellezza del Pastore vero.

Egli è il contrario del mercenario: le pecore gli appartengono, sono una sua proprietà, a lui importa molto delle pecore e di fronte al pericolo paga di persona. Per ben cinque volte, Gesù dice: ‘Io offro la mia vita’. A Cristo importano le pecore tutte, l’una e le novantanove. L’uomo gli interessa. Anzi Cristo considera ogni uomo più importante di se stesso, lo ama più di se stesso: per questo dà la vita per lui.

Questa è la certezza: a Dio importa di me; io sono prezioso ai suoi occhi!. A questo ci aggrappiamo, anche quando non capiamo, soffrendo per l’assenza di Dio, turbati per il suo silenzio.

Gesù non si aggrappa alla propria vita, non la riduce ad una cosa posse-duta gelosamente, ma se ne espropria continuamente per noi uomini e per la nostra salvezza.

Il Pastore conosce le pecore e le pecore conoscono lui. Sappiamo bene che il significato del verbo ‘conoscere’ nella Bibbia è particolarmente pregnante, non esprime solo una conoscenza intellettuale, astratta, ma significa possedere, sperimentare, conoscere col cuore, un conoscere che coincide con amare. Il suo amore forte e personale per ciascuno di noi ci fa crescere e maturare.

‘Dio, tu hai cura di ciascuno di noi, come se ti occupassi di uno solo, e tu hai cura di tutti, come di ciascuno in particolare’ (S. Agostino).

Fra Pastore e pecore c’è una conoscenza profonda del cuore, un rapporto intimo, un’appartenenza totale, addirittura un’identificazione.

Questa comunione d’amore fra Pastore e pecore è talmente profonda che Gesù la paragona al rapporto, alla comunione trinitaria che intercorre fra lui e il Padre. Questo vuol dire che anche noi conosciamo lui come siamo da lui conosciuti.

Cristo è il Pastore che conduce l’uomo attraverso la morte alla vita eterna in Dio. Il legame tra Cristo ‘buon Pastore’ e la resurrezione emerge anche dall’arte funeraria cristiana antica che rappresenta Cristo con una pecora sulle spalle già nelle antiche catacombe e nelle zone cimiteriali (Catacombe di Priscilla).

Certo, il modo di amarci di Dio, che Gesù ci manifesta, spesso non lo capiamo. Ci aspetteremmo da lui dei segni di potenza secondo la logica umana. Noi Dio lo vorremmo diverso: dispensatore di miracoli, operatore di interventi forti e visibili, signore della storia e vincitore.

Perché Dio non mette un po’ di ordine in questo mondo così rovinato? Siamo spesso delusi di Dio, perché non sembra far niente.

Gesù risponde a questi dubbi così: ‘Io offro la mia vita: questo è il mio modo di amare!’. Tu soffri? Io vengo e soffro con te! Ti senti inutile, scartato? Io sono una pietra scartata, come te. Io posso darti il mio amore, perché tu ti senta amato e continui ad amare.

Il vero miracolo sta nell’amore, perché solo l’amore, alla fine, vince!

Questo amare di Gesù è un donare la propria vita liberamente. ‘Io offro la mia vita da me stesso!’. Ho il potere di darla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo è il comando che ho ricevuto dal Padre mio”.

Gesù offre la sua vita liberamente. Gesù offre la sua vita in obbedienza al Padre. E’ un concetto paradossale della libertà. Paradossale ma verissimo. Libertà e obbedienza al Padre coincidono. La libertà di Gesù, e la libertà vera di ogni uomo, si raggiungono nell’obbedienza alla verità di Dio, non nel fare da sé.

‘E ho altre pecore che non provengono da questo recinto; anche quelle io devo guidare!’. Gesù traccia la strada al suo gregge, ma i suoi pensieri non sono rinchiusi nel cerchio del gregge che già lo segue. La sua preoccupazione è anche altrove e il suo sguardo è universale.

Il vero pastore evangelico deve sapere che il gregge che gli è affidato non è mai solo costituito dalle pecore vicine che già lo conoscono, ma anche, allo stesso tempo e allo stesso titolo, dalle pecore che sono altrove e che non lo conoscono. Quello di Gesù non è un amore selettivo e discriminante, un amore chiuso. E’ un amore senza confini. Tutti gli uomini hanno diritto a questo amore ed è donato a tutti gratuitamente.

“Questo è il comando che ho ricevuto dal Padre mio”. Non un comando, ma ‘il’ comando, quello che ti fa pastore bello e fa bella la tua vita: il comando di offrire, di donare la vita.

Cosa imparo da Gesù? Che la vita è dono, che il segreto della vita è dare, che ogni uomo per star bene deve dare. Dare non solo le cose, ma dare se stesso. Diventare dono è l’unico modo per trovare pienezza e fare bella la vita.

La felicità e la bellezza di questa vita sta tutta nel dono di sé, nell’ama-re liberamente, con gioia e senza confini.

Il pastore non può stare bene finché non sta bene ogni sua pecora. Il Dio dei cristiani non sta bene nei cieli, discende e si compromette. Il cristiano non può star bene finché non sta bene suo fratello.

Ma perché per stare bene ogni uomo deve dare? Perché questa è la legge della vita. Perché così fa Dio.

Questa contemplazione del Pastore buono ci spinge anche a meditare sulla missione di coloro che partecipano all’ ufficio pastorale di Cristo, che sono il Papa, i vescovi, i presbiteri, come pure coloro che consacrano la loro vita interamente a Dio.

Dobbiamo pregare perché ci siano sempre uomini e donne capaci di testimoniare la ‘bellezza’ di Cristo. Uomini e donne che siano segno, sacramento di unità, segno della vera felicità che sazia la fame dell’uo-mo, segno di certezza nel cammino verso la Vita.

Una Chiesa che non esprime vocazioni è una Chiesa che non vive la bellezza, non ha scoperto la bellezza. Paradossalmente viviamo in un mondo che ha fatto della bellezza il suo idolo, ma di fatto non conosce la bellezza e non riesce a scoprirla.

Abbiamo bisogno di uomini che facciano, in modo tutto particolare, l’esperienza della bellezza del Pastore, testimonino l’esperienza di essere salvati e ci guidino ai pascoli della bellezza eterna.

Don L.