Tutto il Patrimonio archeologico di Iraq e Siria è a rischio distruzione.

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«Palmira oggi fa notizia perché è famosa; ma la tragedia è che, un passo alla volta, stanno distruggendo non solo Palmira, ma l’intero patrimonio culturale della Siria e dell’Iraq. Il patrimonio culturale di una nazione è una rete fatta anche di piccoli siti che magari vengono distrutti senza avere la risonanza che ha Palmira. Se il pericolo che sta correndo Palmira in queste ore funzionasse da “campanello d’allarme”, se desse una scossa all’opinione pubblica occidentale, allora sarebbe importante per fermare tutto questo».

È costernata Maria Teresa Grassi, docente di archeologia dell’Università degli studi di Milano, di fronte alle notizie che giungono dalla Siria: i terroristi dello Stato Islamico (Isis) sarebbero giunti ieri alle porte del sito archeologico di Palmira, designato come Patrimonio dell’umanità dall’Unesco. E si teme che il prezioso tesoro di arte e storia ivi presente venga distrutto dalla follia fondamentalista. A Palmira, dal 2007 al 2010 (fino a quando è stato possibile raggiungerla e lavorarvi) la professoressa Grassi ha condotto un’importante missione archeologica italo-siriana, scavi che si sono occupati di un quartiere centrale dell’antica città.

«Devo dire però che, più che per il sito, sono molto preoccupata per le persone: le decine di operai che hanno lavorato con noi nello scavo e lavoravano negli alberghi e nei ristoranti. Diversi miei colleghi siriani professori universitari sono riusciti a mettersi in salvo, magari venendo in Europa. Ma la gente semplice, con cui abbiamo stretto a volte legami di amicizia e che non ha avuto di certo la possibilità di scappare. In questi anni siamo riusciti saltuariamente a comunicare con loro. Adesso la mia paura è di mandare un messaggio e non ricevere più una risposta…».

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Perché la distruzione dei siti archeologici è tanto grave?
Prenda ad esempio la storia del sito archeologico di Ebla (dove una missione italiana guidata da Paolo Matthiae nel 1975 fece l’incredibile scoperta di migliaia di tavolette cuneiformi del 2300 a.C. – ndr): prima che il professor Matthiae facesse la sua scoperta, lì c’erano tre capanne di fango con quattro pecore. Poi però, grazie a questa scoperta, la missione inevitabilmente ha creato un contatto con la popolazione: sono nati progetti di lungo periodo che hanno riguardato gli scavi, i musei, l’economia. La regione di Ebla ha puntato tutto sullo sfruttamento dei suoi beni culturali. La cosa più importante è l’effetto che questo lavoro di lungo periodo fa sulle nuove generazioni: i giovani comprendono il valore dell’eredità culturale del passato; un giovane che da bambino ha visto il nonno e il padre lavorare negli scavi e poi ha lavorato lui stesso negli scavi, vede cosa questi hanno portato e che cosa significhi; e un domani sarà un difensore dei valori della cultura. Distruggendo i siti archeologici si spezza questa catena ed è gravissimo.

Se Palmira cadesse nelle mani degli islamisti, cosa potrebbe capitare ai suoi reperti?
Palmira è un sito famoso, i fondamentalisti lo sanno e puntano anche all’effetto che potrebbe fare la sua distruzione sull’opinione pubblica… Ma bisogna ricordare che oltre alle distruzioni, alle cose impressionanti che fanno, i fondamentalisti si autofinanziano con i reperti archeologici e con i beni culturali che riescono a rivendere nel mercato nero. Si tratta di un mercato fiorente perché pieno di acquirenti in varie parti del mondo. L’impressione è che, sulla distruzione dei beni archeologici, ci sia un’ideologia islamica di facciata per fare proseliti, ma la situazione sia molto diversa.