IL SANTO ROSARIO SALVA, NON SMETTIAMO MAI DI RECITARLO

Essendo l’ideatore della devozione intorno alla quale si è sviluppato il corteo di fedeli che, da tantissimi anni, si reca in visita al Santuario di Pompei, Bartolo Longo (oggi Beato) è uno di quegli uomini Santi che si sono occupati di propagare massimamente la pratica del Santo Rosario e delle preghiere ad esso correlate.

Nel 1888 Don Andrea Sponsiello Cera, di Presicce (Puglia), scriveva a Bartolo Longo, per testimoniare uno dei miracoli avvenuti, per mezzo della recita del Rosario e spiegava, con dovizia di particolari, quanto aveva potuto appurare coi suoi occhi: “Il più giovane dei Sacerdoti di questo Comune, di nome Don Cesario, dopo cinque mesi di ostinata emottisi, sorpreso alla fine da una pleurite, venne, nel Giugno del 1886, presso a morte. Nessuno degli umani mezzi fu lasciato intentato, ma con nessun profitto! Si pensò ben tosto di ricorrere ai divini; ma anche questi si mostrarono infruttuosi. Il giovane Sacerdote doveva irreparabilmente morire tisico.”.

Il giovane sacerdote si preparava, così, a vivere i propri funerali, tanto che si era dispiaciuto enormemente dell’allontanamento momentaneo del suo confratello Don Andrea (che scrisse la lettera), poiché temeva di morire prima che tornasse in paese.

Allora, impietosito da una tale sentimento, di cui era venuto a conoscenza tramite un altro sacerdote, Don Andrea pensò di affidare il giovane alla Madonna: “Punto da vivo dolore, pensai non avervo altro espediente che ricorrere di persona alla Vergine taumaturga del Rosario, al suo caro Santuario di Pompei, e andare a bagnare di lacrime il suo Altare e strapparle a forza di preghiere la grazia.”.

Don Andrea si trovava a Roma per sbrigare delle faccende personali e decise di partire per Napoli, per raggiungere Pompei, e celebrare di persona una Messa al Santuario, per il giovane sacerdote.

Intanto al paese, Don Cesario riceveva l’estrema unzione, poiché oramai i medici si erano dichiarati impotenti contro la sua malattia.

“Tutti, non solo in Presicce, ma ancora nelle vicine parrocchie di Acquarica del Capo, di Barbarano e altrove, pregavano il Signore che ridonasse la vita all’infermo o almeno con una subita morte lo togliesse a uno stato così miserando.

La sera del 25 Giugno, era di Venerdì, nel prendere commiato dall’agonizzante (credevo di farlo per l’ultima volta), gli dissi: Don Cesario, domani comincerà la fun­zione pei Quindici Sabati del Rosario, che, piacendo a Dio, faremo come ne’ sei anni passati. Parecchie anime pie pregheranno per la vostra vita temporale, se ciò torna di gloria a Dio, ovvero per l’anima vostra, se a Lui così piace!”.

Don Cesario non riusciva più nemmeno a parlare, ma fece un cenno per confermare di aver capito quanto gli era stato appena detto.

E poi accadde qualcosa, proprio durante quella notte: “La mattina del di seguente (Sabato 26 Giugno) mi recai dall’agonizzante, che io reputavo spirato: ed oh, meraviglia! lo trovai rimesso,che dormiva da mezz’ora. Non credevo a me stesso! Uscii per andare in chiesa e ringraziare la Regina del Rosario, quando m’imbattei nel medico curante. Tutto giulivo in viso gli annunziai che Don  Cesario era salvo. Ma il medico mi rise in faccia e “Don Cesario è spirato!” -mi rispose con gravità.”.

Ma era il medico ad essere in errore, Don Andrea, invece, che sapeva bene di averlo affidato nelle mani Sante e piene di grazie della Madonna: “Turbato e sconcertato a quello improvviso annunzio, torno immediatamente a casa dell’infermo e che vedo! il caro giovane Sacerdote non solo vivo, ma quasi sano!”.

Da allora il sacerdote non fece altro che migliorare.

La lettera venne pubblicata circa due anni dopo l’accaduto, sul periodico il “Rosario e la Nuova Pompei”, e  riporta in calce: “La presente relazione, che io attesto e confermo nella sua parte sostanziale, può essere confermata da tutto questo popolo che ritiene e proclama miracolosa la guarigione del nostro amatissimo Don Cesario Chiazzato.

Sac. Andrea Sponsiello Cera”.