Santi dopo essere stati gravi peccatori??

Si puo’ diventare Santi anche dopo aver commesso peccati mortali gravissimi???

«La risposta secca è “sì” – sentenzia don Ennio Apeciti, responsabile dell’Ufficio per le Cause dei Santi della diocesi di Milano e rettore del Pontificio Seminario Lombardo – ma sono inevitabili una serie di considerazioni su come si arriva alla sua santità».

JACQUES FESCH, PECCATORE MODERNO
Don Ennio ama citare un esempio emblematico di un futuro santo dei “nostri giorni”. E’ il francese Jacques Fesch, ultimo ghigliottinato in Francia l’1 ottobre 1957. «E’ un caso emblematico perché il suo processo è in dirittura d’arrivo presso la Congregazione delle Cause per i Santi. Presto sarà Beato e poi si proseguirà con la canonizzazione. Jacques incarna a pieno il peccatore moderno: ha una vita sregolata, problemi in famiglia, si sposa ma tradisce continuamente la moglie, si separa, è un donnaiolo, ha un figlio illegittimo, è finanche un assassino. Eppure sarà santo».  

LA DIFFICILE VITA IN FAMIGLIA
In effetti la vita del parigino Jacques ha dell’incredibile. Con il padre ha un rapporto difficile. Lui è un dirigente di banca, si occupa poco del figlio e non pensa alla sua educazione. Jacques cresce cosìlegato ad una madre che dal canto suo non è una donna capace di prepararlo alla vita. Frequenta un collegio privato cattolico, ma senza combinare nulla. Dopo il servizio militare sposa Pierette, una ragazza di Saint-Germain, di origine ebrea, ha una figlia, presto litiga con il suocero e lascia moglie e lavoro.

LADRO E ASSASSINO
Il ragazzo da quel momento incomincia una vita vissuta tra donne, la ricerca disperata di soldi, fino al punto di diventare un ladro. Il 25 febbraio 1954 arriva persino ad aggredire a Parigi, con un martello, un cambiavalute: prende del denaro e fugge. Jacques si comporta come un criminale: rivoltella in pugno, si copre la fuga ferendo un passante. Il poliziotto Georges Vergnes, gli dà la caccia fino al Boulevard des italiens. Il bandito, sul punto di essere preso, spara all’agente e lo uccide (anche se c’è chi sostiene che il colpo sia partito accidentalmente mentre cadeva a terra). Qualche ora dopo, l’autore della rapina e dell’omicidio è catturato e assicurato al carcere.

L’INCONTRO CON IL CAPPELLANO
Il processo è rapido e la condanna scontata nonostante si fa difendere da un avvocato importante chiamato dal padre. Tra le sbarre della “Santè”, il penitenziario della capitale francese, conosce il cappellano a cui inizialmente dichiara di essere un senza-Dio, per poi stringere con lui un rapporto più aperto. Il prete gli dice di scrivere un diario in cui “confessarsi”, raccontare la sua vicenda e gli lascia dei libri sulla vita di santa Teresa d’Avila e Storia di un’anima di santa Teresa di Gesù Bambino, che ancora ragazza, convertì con la sua preghiera ardente il criminale Pranzini, poche ore prima della ghigliottina. Jacques legge, medita e si affascina a Gesù. 

L’INCONTRO CON DIO
Dopo il primo anno di detenzione scrive: «Mi ha percosso un intenso dolore dell’anima che mi fatto molto soffrire; bruscamente in poche ore, ho posseduto la fede, una certezza assoluta. Ho creduto e non capivo più come facevo prima a non credere. Gesù mi ha visitato e una grande gioia si è impossessata di me, soprattutto una grande pace. Tutto è diventato luce in pochi istanti. Era una gioia fortissima». Comincia da lì una conversione impressionante. Si confessa, prende la Comunione tutti i giorni. e intanto il cappellano, che è anche insegnante di religione, inizia a raccontare il suo caso. Jacques scrive ai suoi studenti, diventa incredibilmente il loro “apostolo”. Poi si riavvicina alla moglie, le dice di sentire Dio accanto. E’ un altro uomo.

“APOSTOLO” PER I GIOVANI
Al contempo, il processo va avanti. Viene condannato in appello e Cassazione, e il presidente della Repubblica non firma la grazia richiesta dal suo avvocato. Il suo è ormai un caso nazionale.  Qualche ora prima della condanna a morte scrive l’ultima frase sul diario: “Attendo nella notte e nella pace. Attendo l’Amore“. «La sua morte ha contribuito in maniera decisiva all’abolizione della ghigliottina», commenta don Ennio. Jacques è morto da martire, da esempio di un uomo che ha subito una incredibile conversione. «Il suo è stato un passaggio da agnosticismo schietto a fede profonda e documentata – aggiunge l’esperto di cause dei santi – parlava come i mistici, come il cardinale Newman, di cui non conosceva gli scritti».

LE CONDIZIONI PER LA CANONIZZAZIONE
Don Ennio ricorda che per una canonizzazione sono tre gli elementi di cui si tiene conto: «la vita vissuta, la fama, cioè cosa il popolo di Dio pensa di quella persona, cosa ha seminato; il miracolo, che, come ha ricordato Papa Benedetto XVI è considerato un segno di Dio, è una sorta di garanzia. Per miracolo non si intende solo una guarigione, ad esempio, ma un atto fuori norma, collegabile alla preghiera e rivolto verso Dio. Nel caso di Jacques Fesch è stato incredibile il suo misticismo, collegabile solo ad una profonda fede».

IL GUERRIERO SANT’IGNAZIO 
Nella storia sicuramente un caso più noto e che si incammina nella stessa direzione, cioè del peccatore che si converte è quello di Sant’Ignazio di Loyola, che prima di essere il fondatore dei gesuiti, era uomo d’armi, soldato di ventura, combattente. «Amava leggere, ma libri per così dire “leggeri”, romanzi rosa e cavallereschi. Poi un giorno inizia a leggere libri religiosi solo perché non ne ha di diversi. La conversione, come nel caso di Fesch attraversa solo la seconda parte della sua vita».

I MARTIRI FRANCESI
Durante la rivoluzione francese, poi, «sono stati arrestati numerosi cattolici in flagranza di colpa, molti dei quali colti in case chiuse con delle prostitute. Altri sono stati torturati e hanno bestemmiato. Di contro gli è stata rifiutata la confessione, facendogli balenare l’idea della condanna a morte con la dannazione. Era un modo per fargli rovinare la fama, per ricattarli, eppure loro non hanno ceduto e sono morti da martiri, quindi sono beati, senza mai rinunciare a vivere la propria fede». 
IL “PESO” DEGLI ULTIMI TEMPI VISSUTI
Questo, aggiunge don Ennio, «per dire che se fino all’ultimo si dice di credere in Dio, se l’atto di fede è così profondo, grande è anche la Misericordia di Dio E nella beatificazione assume un aspetto prioritario proprio l’Amore verso di Dio e una fede esemplare. Il peccato è sempre remissivo, e lo ricorda spesso anche Papa Francesco. Si può aver avuto anche una vita devastata, ma contano, in vista di un processo di beatificazione e canonizzazione, gli ultimi tempi vissuti».

LA GIUSTIZIA DI DIO
Sembrerebbe paradossale che chi ha vissuto una vita attenta, morigerata, di profondo legame con Dio alla fine possa ricevere lo stesso “trattamento” di chi al contrario ha riconosciuto il legame con Dio solo nell’ultima parte della sua vita dopo aver vissuto nel peccato. «Ma la Giustizia di Dio è il suo Amore. Da un punto di vista “umano” l’obiezione è comprensibile, ma se si recupera la fede anche in extremis, Dio è pronto a bagnare con il suo Amore quella persona», evidenzia il sacerdote.

IL CASO DEL PECCATORE IN PUNTO DI MORTE
Al contrario se una persona ha vissuto nel segno della fede, di un profondo amore con Dio e magari sul letto di morte bestemmia, o vive nel peccato uno scorcio finale della sua vita, senza riabbracciare Dio, allora il processo canonico è escluso, «a meno che non si dimostri che il suo sia stato un cedimento temporaneo e che nella vita ha appropriato a sé le virtù cristiane». 

DANNAZIONE PER NESSUNO
Va detto, prosegue don Ennio, «che la Chiesa si sente in diritto di proclamare i santi, ma al contempo non ha mai evocato la dannazione per alcuno, finanche se satanista o pedofilo. Questo accade perché c’è un mistero di Misericordia che sfugge anche a noi. Sulla dannazione, sulla condanna, non si osa dire nulla, sin dall’antichità. La firma di Papa Vigilio per la condanna dei “Tre Capitoli”, l’editto dell’Imperatore Giustiniano contro presunti vescovi eretici, fu condannata dalla Chiesa e da tutti i vescovi». D’altro canto anche il peccatore più incallito, sin dall’antichità, «in punto di morte aveva il diritto di ricevere l’Eucaristia, come a dire: “non si lascia questo mondo senza aver preso il Corpo di Cristo”»

IL SANTO CHE ERA STATO SCOMUNICATO
La Chiesa non esclude nessuno, neppure uno scomunicato: in punto di morte, il parroco ha la potestà del Papa, per eliminare la scomunica stessa». C’è un caso, ricorda don Ennio di uno scomunicato in vita proclamato poi santo: San Giovanni della Croce, due volte processato dall’Inquisizione e una volta condannato e messo in carcere per otto mesi, per un incidente accaduto in convento, nonché sospeso a divinis. Fu beatificato nel 1675 e proclamato santo da papa Benedetto XIII nel 1726.

 

articolo di Gelsomino del Guercio fonte: aleteia