Quando amore e fede trionfano contro sofferenza e morte

 

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Grazie a loro figlia, due genitori riscoprono l’amore per il Padre ed esorcizzano la paura della morte

“Se solo avessimo Fede, non avremmo nessuna paura, di niente e di nessuno. Tante fobie per cui la gente si rivolge a psicologi e a farmaci non avrebbero ragion d’essere. L’opposto della Paura è proprio la Fede”.

Ad affermarlo sono Sara Occari e Michele Orefice nel libro “La nostalgia del ritorno”, che racconta la storia della loro famiglia. Sara e Michele si sposano. Nascono tre figli: Sofia, Tancredi e Matilde. La terza gravidanza è difficile: a Sara viene diagnosticato un tumore alla placenta, le viene consigliato di abortire ma lei e Michele non vogliono. Alla fine Matilde nasce e la diagnosi infausta si rivela sbagliata. 

Il 2 febbraio 2011 arriva la quarta figlia, Virginia. Quando ha appena un anno le viene diagnosticato un tumore al cervelletto. Sara e Michele riportano nel libro quello che hanno scritto in quei giorni difficilissimi. Operazioni, chemioterapia…, finché, il 21 maggio 2012, Virginia muore.

“La nostalgia del ritorno”, scrive Sara, è un testo che “nasce nella sofferenza sotto forma di diario tenuto nel periodo in cui Virginia era in ospedale e culmina nella gioia più autentica. E volgendosi indietro non è possibile non vedere che, in tutto ciò che ci capita, in tutto ciò che viviamo, nella sequenza degli episodi della nostra vita, c’è un Dio che non smette di chiamarci, di amarci, di portarci in braccio nei momenti difficili”. 

L’autrice riconosce che il suo “è sicuramente un libro che potrà scandalizzare molte persone, ma forse sarà anche l’occasione per intraprendere un percorso diverso. L’occasione per formulare diversamente le domande e arrendersi ad un’unica evidenza: l’Amore è la risposta ad ogni nostra domanda”. 

“La maternità un ottimo strumento per capirlo. Sono i figli che donano la vita ai genitori e alle persone che vi entrano in contatto. La famiglia il luogo naturale dove si impara l’amore vero e l’accoglienza”.

“La storia degli altri non la facciamo mai nostra, non la capiamo mai veramente, non ci serve mai abbastanza, non ne ricaviamo mai qualcosa di veramente utile”, scrive Sara. “Stiamo perdendo quella sensibilità che ci porta a immedesimarci nella vita degli altri e a piangere per e con loro. Un po’ per la convinzione errata che ‘certe’ cose (ci diventa difficile anche definirle: disgrazie, disavventure, casi della vita?) capitino agli altri: mai a noi; un po’ per non deprimerci, un po’ perché passiamo la nostra vita a distrarci, senza vedere persone e cose che ci circondano… io per prima”.

“A volte penso che Dio ci guardasse da tempo e ci trovasse carini ma non belli, ci trovasse simpatici ma non attraenti… sicuramente abbiamo attirato la sua attenzione e ha visto in noi potenzialità inespresse. Eravamo carini ma potevano essere splendenti, eravamo simpatici ma potevamo diventare affascinanti…. ci ha allora messo alla prova con la terza gravidanza e gli siamo piaciuti ma forse abbiamo sprecato l’occasione dataci per fare qualcosa di più. Allora ci ha mandato Virginia”.

“La vita è fatta così”, prosegue. “Noi programmiamo, progettiamo, sogniamo e ci incamminiamo su una strada che ci sembra abbastanza chiara e lineare e poi lei, cioè la vita, a un certo punto prende una piega inaspettata. Ti alzi un mattino dal tuo letto e ti accorgi che basta un colpo di vento a scombinare le carte che avevi con tanta cura messo in ordine sul tuo tavolo. All’inizio rimani scioccato e ti dici che non è possibile, che i tuoi piani erano così ordinati e che in fondo non avevi poi pretese così ambiziose e irrealizzabili. Poi ti siedi, sì, perché di fronte a certe cose le gambe non ti reggono più e il
tuo corpo non risponde ai tuoi ordini come vorresti, e ti rendi conto a poco a poco che solo di poche cose puoi essere sicuro, che dipendono da te. Che la felicità può essere così fragile da crollare in un momento”.

Sara, che nel libro parla alla sua quinta figlia, Annamaria, riconosce di non aver più paura della morte. “Solo la malinconia mi uccide e fa nascere forte, sempre più forte di giorno in giorno, la Nostalgia del Ritorno”.

Ecco allora la spiegazione del titolo dato al libro. Secondo Plotino al momento della nascita l’anima umana perde coscienza del suo contatto con l’Uno e l’intera vita del saggio non è altro che un ritorno al principio originario. L’uomo non cercherebbe con tanta energia qualcosa della cui esistenza non è nemmeno certo; al contrario, la forza con cui cerca la bellezza originaria è conseguenza del fatto che l’ha vista e il conoscere non è altro che il ricordare sempre di più quel momento in cui, prima di incarnarsi, aveva la Verità davanti a sé. L’anima sarebbe quindi esiliata in questo mondo e sentirebbe forte la nostalgia del ritorno.

“So quanto vale ogni vita umana, io ho visto quello che una creatura, anche la più indifesa e malata e ‘non perfetta’ può dare e ricevere”, ricorda Sara. “I bimbi speciali danno molto più di quello che ricevono. I bimbi speciali rendono speciali tutte le persone che vivono attorno a loro e rendono questo mondo migliore, umano, nel senso nobile della parola, ricco d’amore”.

“Virginia mi ha insegnato cosa è l’amore e la fiducia cieca”. “Mi ha insegnato che noi adulti diventiamo tiepidi con il tempo”; “proviamo sentimenti annacquati verso tutti e soprattutto proviamo sentimenti annacquati verso il nostro vero Padre, il Padre che è nei cieli. Siamo freddi e non ci fidiamo più di Lui, contiamo sulle nostre misere forze pensando di farcela, diventiamo ingrati, dimenticando come eravamo da piccoli. Dimenticando di ringraziare Colui che ci ha dato questa vita cui ci aggrappiamo con tutte le nostre forze e che ci è così cara”.

“Dio ci ha mandato Virginia per ricordarci come un figlio deve amare il proprio padre, e non solo quello terreno ma soprattutto quello Celeste. Amarlo sempre sia nella gioia sia nei momenti difficili anche se costa tanto impegno e tanto sforzo. Sempre. Regalare un sorriso ed essergli grati per la vita che ci ha donato, anche quando è breve e dolorosa come quella di Virginia”.

“Dobbiamo imparare dai bambini ad accettare tutto, anche le malattie e la morte. Accettare anche quando non capiamo. Perché esiste un progetto e noi ne facciamo parte”. 

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Fonte: aleteia