Papa Francesco “mi manca il camminare per le strade, sono cittadino dentro”

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Pubblichiamo l’intervista rilasciata dal Papa il 21 maggio e uscita sul quotidiano argentino «La Voz del Pueblo» di Tres Arroyos (Buenos Aires) del 24 maggio.

di Juan Barretta

Da solo con Papa Francesco nella sua residenza di Santa Marta, in Vaticano. Un faccia a faccia storico, in cui una delle personalità più importanti del mondo ha parlato della sua vita personale. «Voglio che mi ricordino come una brava persona», e dal profondo del cuore ammette: «La gente mi fa bene». In una semplice saletta della residenza di Santa Marta, in Vaticano, Papa Francesco ha ricevuto«La Voz del Pueblo», senza la presenza di terzi e a una sola condizione: «L’unica cosa che ti chiedo è di giocare pulito», ha detto prima che accendessi il registratore. Poi, nei quarantacinque minuti che è durato il nostro incontro, mi ha confessato che in altri tempi ha provato «panico davanti ai giornalisti». È chiaro che si tratta di un trauma superato. Jorge Bergoglio ha avuto il coraggio di ripercorrere la sua vita personale, rispondendo volentieri e accompagnando le parole con gesti quando la domanda lo entusiasmava, ma anche in modo secco e tagliente davanti a una domanda la cui risposta avrebbe potuto suscitare molto clamore al di fuori delle mura vaticane. La solitudine, la pizza, la paura del dolore fisico, il suo magnetismo, le cose che lo fanno piangere, le pressioni, la televisione, il valore delle utopie… Questi sono stati alcuni dei temi trattati durante la nostra chiacchierata, che ha avuto come punto di partenza la sua nomina.

Sognava di essere Papa?

No! E neppure di essere presidente della Repubblica o generale dell’esercito. C’è chi ha questo sogno. Io no.

Neanche mentre faceva carriera nel servizio episcopale ha immaginato questa possibilità?
Dopo aver occupato per quindici anni i posti di comando in cui mi avevano messo, ero tornato in basso, a essere confessore, parroco. La vita di un religioso, di un gesuita, cambia a secondo dei bisogni. E riguardo alla possibilità, ero nella lista dei papabili nell’altro conclave. Ma questa volta, la seconda, vista la mia età, 76 anni, e visto che c’erano certamente persone più valide… Così nessuno faceva il mio nome, nessuno. Inoltre dicevano che ero un kingmaker (un grande elettore, come vengono chiamati quei cardinali che per la loro esperienza e la loro autorità hanno più peso di altri sul risultato elettorale) e potevo influire sul voto dei cardinali latinoamericani. Al punto che sui giornali non era uscita neanche una foto mia, nessuno pensava a me. I bookmakers di Londra mi davano al 46esimo posto (si fa una bella risata). Neppure io pensavo a me, non mi veniva proprio in mente.

Nonostante nel 2005 fosse stato il secondo più votato dopo Ratzinger…
Queste sono cose che si dicono. Il fatto certo è che almeno nell’altra elezione ero sui giornali, comparivo tra i papabili. Dentro era chiaro che doveva essere Benedetto, che fu votato quasi all’unanimità, e questo mi piacque molto. La sua candidatura era chiara, nella seconda elezione non c’era nessun candidato chiaro. Ce n’erano vari possibili, ma nessuno forte. Perciò ero venuto a Roma con quello che avevo addosso e con un biglietto di ritorno per il sabato sera, per poter essere a Buenos Aires la domenica delle Palme. Avevo addirittura lasciato la mia omelia pronta sulla scrivania. Non pensavo mai che sarebbe successo.

E quando è stato eletto cosa ha provato?
Prima dell’elezione definitiva ho provato molta pace. «Se Dio lo vuole…», ho pensato. E sono rimasto in pace. Mentre si facevano gli scrutini, che sono eterni, recitavo il rosario, tranquillo. Avevo accanto il mio amico, il cardinale Cláudio Hummes, che in una votazione precedente a quella definitiva mi aveva detto: «Non ti preoccupare eh, che così opera lo Spirito Santo»

(ride nuovamente).

Lo ha accettato subito?
Mi hanno portato in sacrestia, mi hanno cambiato la tonaca, e via, in campo. E lì ho detto quello che mi è venuto in mente.

È stata una cosa naturale allora.
Sì, ho provato molta pace e ho detto quello che mi veniva dal cuore.

Riconosce il magnetismo che genera nella gente? Lo dico per quel qualcosa in più che la sua figura dà all’investitura papale.
Sì… so che la gente (esita, fa silenzio). Prima non capivo perché accadesse. Alcuni cardinali mi hanno detto che la gente dice «lo capiamo». Chiaro, io cerco di fare esempi nelle udienze, nelle cose che dico, come oggi (nell’udienza generale del mercoledì) che ho raccontato l’aneddoto di quando ero in quarta elementare. Allora è così che la gente capisce quello che voglio dire. Come quando ho parlato del caso dei genitori separati, che usano i figli come ostaggi, una cosa molto triste, li fanno diventare vittime, il papà parla male della mamma o viceversa, e al bambino si crea molta confusione in testa. Cerco di essere concreto e quello che tu chiami magnetismo alcuni cardinali mi dicono che ha a che vedere con il fatto che la gente mi capisce.

Le piace l’udienza generale?
Sì, mi piace in senso umano e spirituale, in entrambi i sensi. La gente mi fa bene, mi trasmette energia positiva, come si dice. È come se la mia vita si mescolasse con la gente. Io, psicologicamente, non posso vivere senza la gente, non sono fatto per fare il monaco, perciò sono rimasto a vivere qui, in questa casa (nella residenza di Santa Marta). Questa è una foresteria, ci sono 210 stanze, noi che ci viviamo e lavoriamo nella Santa Sede siamo in quaranta, gli altri sono ospiti, vescovi, parroci, laici, che passano e alloggiano qui. E questo mi fa molto bene. Venire qui, mangiare in sala da pranzo, dove c’è tanta gente, celebrare la messa quattro giorni alla settimana dove viene gente da fuori, dalle parrocchie… Mi piace molto tutto questo. Io mi sono fatto sacerdote per stare con la gente. Rendo grazie a Dio perché questo mi è rimasto.

Cosa le manca della sua vita prima dell’elezione a Papa?
Uscire in strada. Questo sì mi manca, la tranquillità di camminare per le strade. O di andare in una pizzeria a mangiare una buona pizza (ride).

Può chiedere che gliela consegnino in Vaticano.
Sì, ma non è la stessa cosa, il problema è andarci. Io sono sempre andato a piedi. Quando ero cardinale mi piaceva tanto camminare per le strade, andare in autobus, in metro. La città mi piace tanto, sono cittadino dentro. Non potrei vivere in una città come la tua, per esempio, farei molta fatica…. No, Tres Arroyos non è poi così piccola, sì potrei viverci. In campagna non potrei vivere.

Qui cammina per la città?
No (si fa di nuovo una bella risata). Vado nelle parrocchie… Ma non posso uscire. Immaginati se esco quello che si scatena. Un giorno sono uscito con l’automobile solo con l’autista e mi sono dimenticato di chiudere il finestrino, era aperto e non me ne sono accorto. Ed è successo un finimondo… Io stavo seduto accanto all’autista, dovevamo andare avanti, ma la gente non ci lasciava passare. Chiaro, incontrare il Papa per strada…

Questo ha a che vedere con il suo modo di essere.
È vero che qui ho la fama di indisciplinato, il protocollo non lo seguo molto. Il protocollo è molto freddo, anche se ci sono cose ufficiali alle quali mi attengo completamente.

La sera può riposare, stacca la spina?
Io ho un sonno molto profondo, mi metto a letto e mi addormento subito. Dormo sei ore. Normalmente alle nove sono a letto e leggo fino a quasi le dieci, quando mi inizia a lacrimare un occhio, allora spengo la luce e così resto fino alle quattro, quando mi sveglio da solo, è l’orologio biologico. È vero, poi ho bisogno della siesta. Devo dormire da quaranta minuti a un’ora, così mi tolgo le scarpe e mi stendo sul letto. Anche in questo caso dormo profondamente, e mi sveglio da solo. Quando non faccio la siesta, ne risento.
Che cosa legge prima di addormentarsi?
Ora sto leggendo un testo su san Silvano del Monte Athos, un grande maestro spirituale.

Nella visita a Manila la scorsa estate ha parlato dell’importanza delle lacrime. Lei piange?
Quando vedo drammi umani. Come l’altro giorno, quando ho visto ciò che sta succedendo a gente del popolo rohingya che arrivano sui barconi in acque thailandesi; quando si avvicinano a terra danno loro qualcosa da mangiare, dell’acqua, e poi li ributtano in mare. Questo mi commuove profondamente, questo tipo di dramma. Poi i bambini malati. Quando vedo quelle che qui chiamano “malattie rare”, prodotte dalla disattenzione per l’ambiente, mi si stringe il cuore. Quando vedo quelle creature dico al Signore: «Perché loro e non io». Anche quando vado nelle carceri mi commuovo. Dei tre Giovedì Santi che ho celebrato, due sono stati in un carcere, una volta in uno minorile e l’altra in quello di Rebibbia. E poi in altre città d’Italia che ho visitato sono stato in carcere, ho mangiato con i detenuti e mentre chiacchieravo con loro mi è venuto in mente: «E pensare che anch’io potrei stare qui!». Ossia, nessuno di noi è sicuro che non commetterà mai un crimine, qualcosa per cui essere messo in prigione. Allora mi chiedo perché Dio ha permesso che io non sia qui. E sento dolore per loro e ringrazio Dio per non essere lì, ma allo stesso tempo sento che quel ringraziamento è di convenienza, perché loro non hanno avuto l’opportunità che ho avuto io di non compiere una stupidaggine tale da finire in carcere. Questo mi fa piangere interiormente. Mi tocca profondamente.

Ma arriva a piangere con le lacrime?
Pubblicamente non piango. Mi è successo due volte di essere lì lì per farlo, ma sono riuscito a trattenermi a tempo. Ero troppo commosso, qualche lacrima mi è sfuggita, ma ho fatto finta di niente e dopo un po’ mi sono passato la mano sul viso.

Perché non voleva che la vedessero piangere?
Non lo so, mi sembrava che dovevo andare avanti.

In quali occasioni è accaduto?
Ne ricordo una, l’altra no. Quella che ricordo aveva a che vedere con la persecuzione dei cristiani in Iraq. Ne stavo parlando e mi sono commosso profondamente. Pensavo ai bambini.

Che cosa le fa paura?
In generale non ho paura. Sono piuttosto temerario, agisco senza pensare alle conseguenze. Questo a volte mi provoca dei bei mal di testa perché mi sfugge una parola di troppo (ride nuovamente di gusto). Riguardo agli attentati, sono nelle mani di Dio e quando prego parlo al Signore e gli dico: «Guarda, se deve succedere, che succeda, ti chiedo solo una grazia, che non mi faccia male (ride), perché sono un codardo con il dolore fisico. Il dolore morale lo sopporto, ma quello fisico no. Sono molto codardo in questo, non è che ho paura di un’iniezione, ma preferisco non avere problemi con il dolore fisico. Sono molto intollerante, penso che sia una cosa che mi è rimasta dall’operazione al polmone che ho subito quando avevo 19 anni.

Si sente sotto pressione?
Le pressioni esistono. Ogni persona di governo sente pressioni. In questo momento quello che mi pesa di più è la grande quantità di lavoro che c’è. Sto seguendo un ritmo di lavoro molto forte, è la sindrome della fine dell’anno scolastico, che qui termina a fine giugno. E allora si accumulano mille cose, e ci sono problemi… E poi ci sono i problemi che ti creano, che cosa ho detto, o non ho detto… Anche i mezzi di comunicazione prendono una parola e la decontestualizzano. L’altro giorno nella parrocchia di Ostia, vicino Roma, stavo salutando la gente, avevano messo gli anziani e i malati nella palestra. Erano seduti e io passavo e li salutavo. Allora ho detto: «Guardate che buffo, qui dove giocano i bambini ci sono gli anziani e i malati. Vi capisco, perché anch’io sono anziano e anch’io ho i miei acciacchi, sono un po’ malato». Il giorno dopo hanno scritto sui giornali: «Il Papa ha confessato di essere malato». Contro questo nemico, non puoi nulla.

È al corrente di tutto quello che si pubblica?
No, no. Leggo solo un giornale, «la Repubblica», che è un giornale per il ceto medio. Lo faccio la mattina e non ci metto più di dieci minuti a dargli un’occhiata. La televisione non la vedo dal 1990 (prende del tempo per rispondere). È una promessa che ho fatto alla Vergine del Carmelo la notte del 15 luglio 1990.

Per un motivo particolare?
No, no, mi sono detto “non è per me”.

Non vede le partite del San Lorenzo?
No, non vedo niente.

Come viene a sapere dei risultati?
C’è una guardia svizzera che tutte le settimane mi lascia i risultati e la classifica.

Lei, tra i Papi, sarebbe un Messi o un Mascherano?
Non saprei dirti, perché non so distinguere i loro due stili, non vedo le partite. Messi è venuto qui due volte ma niente di più, ma non l’ho mai visto giocare.

Naviga in internet?
No. E dare interviste, mai e poi mai. Ora ci sono riuscito, è lo stato di grazia. Prima provavo panico all’idea di affrontare un giornalista.

Come vede l’Argentina dal Vaticano?
Come un Paese con molte possibilità e tante opportunità perse. Come diceva il cardinale Quarracino. Ed è vero. Siamo un Paese che ha perso tante opportunità nel corso della sua storia. Qualcosa non va, con tutta la ricchezza che abbiamo. Come il racconto degli ambasciatori dei Paesi che andarono a lamentarsi con Dio perché agli argentini aveva dato tante ricchezze e a loro solo una, o l’agricoltura o le miniere. Dio li ascoltò e poi rispose: «No, scusate, per compensare ho dato loro gli argentini».

Segue la politica argentina?
No, per niente, ho smesso di ricevere politici perché mi sono accorto che alcuni hanno usato questo fatto e la foto con me, anche se è altrettanto vero che altri non hanno nemmeno detto di essere stati da me e non hanno fatto la foto. Ma per evitare tutto questo i politici in udienza privata no. Se vengono, vanno all’udienza generale, li saluto lì. Non so però come vanno le elezioni e neanche chi sono i candidati. Immagino quali sono i principali, ma non so nemmeno come vanno le tensioni. So che nelle Paso [Primarie aperte simultanee obbligatorie] di Buenos Aires, ha vinto la Pro [Proposta repubblicana] perché l’ho visto nel giornale, è uscito persino su «la Repubblica».

Le piace che la definiscano il Papa povero?
Se dopo mettono un’altra parola allora sì. “Pover’uomo” per esempio (ride nuovamente di gusto). La povertà è il centro del Vangelo. Gesù è venuto per predicare ai poveri, se togli la povertà dal Vangelo non capisci nulla, gli togli il midollo.

Non è un’utopia pensare che si possa sradicare la povertà?
Sì, ma le utopie ci fanno andare avanti. Sarebbe triste se un ragazzo o una ragazza non le seguissero. Ci sono tre cose che dobbiamo avere tutti nella vita: memoria, capacità di vedere il presente e utopia per il futuro. La memoria non bisogna perderla. Quando i popoli perdono la loro memoria, c’è il grande dramma di trascurare gli anziani. Capacità di ermeneutica di fronte al presente, interpretarlo e sapere dove occorre andare con quella memoria, con le radici che ho, come giocarmela nel presente, in questo sta la vita dei giovani e degli adulti. E il futuro, lì sta quella dei giovani soprattutto e quella dei bambini. Con memoria, con capacità di gestione nel presente, di discernimento e utopia verso il futuro, perché lì s’inseriscono i giovani. Perciò il futuro di un popolo si manifesta nella cura degli anziani, che sono la memoria, e dei bambini e dei giovani, che sono coloro che la porteranno avanti. Noi adulti dobbiamo ricevere questa memoria, lavorarla nel futuro e darla ai figli. Una volta ho letto una cosa molto bella: «Il presente, il mondo che abbiamo ricevuto, non è solo un’eredità degli anziani ma è piuttosto un prestito che ci fanno i nostri figli affinché lo restituiamo loro migliore». Se taglio le mie radici e perdo la memoria, mi succederà ciò che succede a ogni pianta, morirò; se vivo solamente un presente senza guardare in previsione al futuro mi accadrà quello che accade a ogni cattivo amministratore, che non sa fare progetti. L’inquinamento ambientale è un fenomeno di questo tipo. Le tre cose devono andare insieme; quando una manca un popolo inizia a decadere.
Quali sono i mali peggiori che affliggono il mondo oggi?
Povertà, corruzione, tratta. Mi posso sbagliare nella statistica, ma cosa mi rispondi se ti chiedo quale voce viene nelle spese del mondo dopo l’alimentazione, il vestiario e la medicina? Al quarto posto ci sono i cosmetici e al quinto gli animali domestici. E questo è grave. La cura dell’animale domestico è come un amore un po’ programmato, ossia posso programmare la risposta amorosa di un cane o di una gattina, e non ho bisogno di fare l’esperienza di un amore di reciprocità umana. Sto esagerando, non va preso alla lettera, ma c’è da preoccuparsi.

Perché ripete sempre “pregate per me”?
Perché ne ho bisogno. Ho bisogno che mi sostenga la preghiera del popolo. È un’esigenza interiore, devo essere sostenuto dalla preghiera del popolo.

Come le piacerebbe essere ricordato?
Come una brava persona. Che dicano: «Era una brava persona che ha cercato di fare il bene». Non chiedo altro.

 

fonte: Osservatore romano