Padre Pino Puglisi, povero tra i poveri

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Con la politica di Papa Francesco tesa ad avere una Chiesa Povera per i Poveri, non può che tornare d’attualità il lavoro svolto da Padre Pino Puglisi, sacerdote e francescano convinto che ha dedicato tutta la sua vita all’aiuto dei parrocchiani e degli indigenti.

 

Chi lo ha conosciuto sa che ha vissuto tutta la sua vita in una casa popolare in affitto, che non ha mai comprato un auto nuova (camminava sempre con una Fiat Uno in pessime condizioni), che ha sempre utilizzato il suo stipendio da insegnante per pagare il mutuo acceso per acquistare la Palazzina Padre Nostro (un centro d’accoglienza per i poveri) ed il rimanente per comprare cibo e vestiti per i parrocchiani in difficoltà.

 

Persino durante la Messa non faceva girare il piatto delle offerte, gli sembrava una costrizione, molte persone si allontanavano dalla Chiesa perché impossibilitati a fare delle offerte, così lo lasciava in un angolo dove chiunque avesse voluto, uscendo, poteva contribuire. Padre Puglisi rifiutò persino di andare ad officiare la messa in una chiesa in un quartiere altolocato, questo perché, diceva lui, non poteva immaginare il suo lavoro lontano dalla gente che ha realmente bisogno di aiuto.

 

La sua era una scelta di povertà convinta e non ostentata, tutti sapevano quanto si dava da fare per la comunità e quanto si sacrificava per loro, così, lo ricambiavano offrendogli un pasto caldo ed ogni tanto qualche vestito nuovo. Ogni giorno invitava i suoi parrocchiani a non pensare al lusso e non invidiare il prossimo, piuttosto a dedicarsi a chi aveva più bisogno: “Ciascuno può avere i suoi poveri a cui andare incontro, i suoi anziani, i suoi emarginati. Oggi non sono soltanto poveri quelli che non hanno denaro, ma talvolta sono più poveri quelli che non hanno chi stia accanto a loro, che non hanno amici, che sono soli, quelli che cercano consolazioni che poi non trovano e cercano di colmare la loro solitudine attraverso la droga, l’alcol e altre forme di dipendenza”.

 

Padre Puglisi aveva deciso di condividere con gli altri ogni minima parte della sua vita, sia a livello economico che a livello emotivo: gli squilibri sociali che vedeva ogni giorno lo spinsero a credere che se ognuno facesse la sua parte, si potrebbe fare molto ed annullare in questo modo le disuguaglianze e gli ostracismi.

 

Ma la sua era anche una lotta contro il capitalismo e la forbice sociale che aveva creato in quegli anni (una forbice che si è allargata a dismisura ai giorni nostri), invitava le persone abbienti a fondare la propria vita su valori diversi da potere e denaro, perché alla fine la corsa a questi due “Valori” li avrebbero svuotati dentro: “Ci accorgiamo, però, che proprio queste persone che hanno moltissimo, che hanno ricchezza, che hanno successo, sono gli uomini più vuoti, quelli più preoccupati, quelli che hanno meno serenità. Spesso, proprio fra di loro sono frequenti i suicidi. Diverse volte è risultato nelle statistiche che proprio nei paesi più ricchi, proprio là dove c’è più benessere, c’è il piu’ alto numero dei morti suicidi. Forse in tale contesto è sbagliato usare la parola benessere, anzi bene-essere col trattino. Si potrebbe dire solo bene-avere, perché spesso anche se si ha di piu’ non per questo si sta meglio”.