I martiri di Siroki Brijeg

 

L’ombra della croce cade sulla fossa dei martiri di Siroki Brijeg, e mi indica l’ingresso: pietre spezzate sono scalini instabili per scendere nel buio della terra, e ascoltare il silenzio che racconta la storia di questo luogo nella Bosnia Erzegovina.

In qualche ansa delle pareti umide, fiori secchi, santini sbiaditi e fogli stinti d’inchiostro sono tributo posato da chi come me ha lasciato di sopra il verde pace del giardino nel convento. Ed è entrato qui.

Qui, in questa grotta, dove i cadaveri dei martiri di Siroki Brijeg, come ormai sono conosciuti da tutti, vennero gettati dopo essere stati bruciati: odio fuoco per incenerire la fede in Dio e cancellarne anche il ricordo.

Ma il loro sangue versato è memoria tenuta viva dalla chiesa francescana vicina e dal peregrinare di tante persone. Ogni giorno raggiungono questo paese di 27 mila abitanti, a pochi chilometri da Medjugorje nell’Erzegovina Occidentale, e portano preghiere e ne scoprono la storia.

Alla fine della Seconda guerra mondiale, il 7 febbraio del 1945, la zona venne conquistata dai comunisti. Nonostante nell’edificio ecclesiastico non ci fosse traccia alcuna del nemico, lo bombardarono con 296 colpi di cannone.

Poi danneggiarono gravemente il convento e incendiarono il liceo classico – faro della fede cattolica e del sentimento nazionale – costruito dopo il primo conflitto mondiale. Oltre sessanta mila libri furono distrutti.

L’eccidio dei martiri di Siroki Brijeg fu compiuto nell’oscurità della sera: 12 francescani vennero giustiziati con una pallottola alla nuca per non aver voluto abiurare Dio. I loro corpi furono bruciati nel rifugio antiaereo nel giardino.

In quei giorni di terrore rosso, trenta uomini vennero assassinati. Altri quattro persero poi la vita vicino al convento. Oltre la metà dei 66 francescani dell’Erzegovina uccisi in quei mesi trovarono la morte qui.I loro nomi sono vergati su una lapide vicina alla grotta.

E dire che i frati, dopo secoli di occupazione turca, furono i primi a ridare valore e speranza a questa terra con opere importanti. Nel 1846 posarono la prima pietra della chiesa, diventato poi nota come quella dei martiri di Siroki Brijeg.

Nel tempo aprirono scuole e realizzarono strade, ponti e l’acquedotto. Portarono persino l’energia elettrica. Durante la Grande Guerra salvarono centinaia di bambini dalla crudeltà del conflitto, e subito dopo istituirono il liceo.

Oggi l’eredità di questi uomini è nelle preghiere e nel fare di padre Leo Petroviće e dei suoi 65 confratelli: tutti impegnati a proseguire il lavoro passato e a promuovere il processo di beatificazione per i martiri di Siroki Brijeg.

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here