Maria Valtorta e la Passione “per” Cristo

Maria Valtorta vide Gesù
Crocifissione

“I due ladroni erano tanto ribelli che, non bastando a farlo i quattro boia, erano dovuti intervenire dei soldati a tenerli, perché a calci non respingessero gli aguzzini che li legavano per i polsi.
Ma per Gesù non c’è bisogno di aiuto. Si conca e mette il capo dove gli dicono di metterlo. Apre le braccia come gli dicono di farlo, stende le gambe come gli ordinano”.

Così, la mistica Maria Valtorta (1897-1961) racconta la crocifissione di Gesù.
Lei, che proveniva da una famiglia agiata e che aveva potuto studiare come poche, aveva avuto un percorso molto tortuoso, che la condusse ad un intimo e proficuo dialogo con Gesù.
“Ora il suo lungo corpo, snello e bianco, spicca sul legno oscuro e sul suolo giallo.
Due carnefici gli si siedono sul petto per tenerlo fermo. E io penso che oppressione e che dolore deve aver provato sotto quel peso. Un terzo gli prende il braccio destro, tenendolo con una mano sulla prima porzione dell’avambraccio e l’altra al termine delle dita. Il quarto, che ha già in mano il lungo chiodo acuminato sulla punta quadrangolare nel fusto, terminato in una piastra rotonda e piatta, larga come un soldone dei tempi passati, guarda se il buco già fatto nel legno corrisponde alla giuntura radio-ulnare del polso. Va bene.

Il boia appoggia la punta del chiodo al polso, alza il martello e da il primo colpo. Gesù, che aveva gli occhi chiusi, all’acuto dolore ha un grido e una contrazione, e spalanca gli occhi nuotanti fra le lacrime. Deve essere un dolore atroce quello che prova … Il chiodo penetra spezzando muscoli, vene, nervi, frantumando ossa …
Maria risponde al grido della sua Creatura torturata con un gemito, che ha quasi del lamento di un agnello sgozzato, e si curva, come spezzata, tenendosi la testa fra le mani. Gesù, per non torturarla, non grida più”.

Un’immagine bellissima e crudele nello stesso tempo, che esprime il dolore di una madre, che vede morire il Figlio, respinto e calunniato da chiunque, abbandonato sul legno della croce, come se fosse un malvivente da eliminare dalla società, dal mondo.
Maria Valtorta aveva avuto molte delusioni, nella sua vita, e affrontato diverse terribili prove: la madre le aveva impedito di sposarsi, ad esempio; a seguito di una brutale aggressione, poi, aveva riportato una ferita alla spina dorsale, che la ridusse, ben presto, ad essere immobilizzata dalla vita in giù.

In quei terribili momenti, decise, allora, di approfondire la sua devozione cristiana e di leggere la testimonianza di fede di Santa Teresa di Lisieux, che le cambiò la vita.
Comprese, infatti, che il suo dolore poteva essere unito a quello di Cristo in croce e che, offrendosi come vittima, quale Cristo stesso era stato, poteva dare un senso alla sua sofferenza e usarla come contributo al progetto divino, in riscatto per la salvezza di molti: “vittima d’amore prima, per consolare l’Amore divino che non è riamato, e poi anche di giustizia, per la salvezza delle anime e del mondo”.

Pertanto, decise di far parte nel Terz’Ordine dei Servi di Maria e, tra il 1943 e il 1951, dopo aver udito (per la prima volta, a cui ne successero molte altre) la voce di Gesù un Venerdì Santo, Maria Valtorta cominciò a scrivere ciò che il Signore le dettava, arrivando a commentare il Vangelo, basandosi su innumerevoli visioni.
Il brano su citato è tratto da uno dei suoi quaderni, relativo, appunto, al momento più tragico della vita terrena di Gesù. Ecco come continua:

“La mano destra è inchiodata. Si passa alla sinistra. Il foro non corrisponde al carpo. Allora prendono una fune, legano il polso sinistro e tirano fino a slogare la giuntura e a strappare tendini e muscoli, oltre che lacerare la pelle già segata dalle funi della cattura.
Anche l’altra mano deve soffrire, perché è stirata per riflesso, e intorno al suo chiodo si allarga il buco. Ora si arriva appena all’inizio del metacarpo, presso il polso. Si rassegnano e inchiodano dove possono, ossia fra il pollice e le altre dita, proprio al centro del metacarpo. Qui il chiodo entra più facilmente, ma con maggiore spasimo, perché deve recidere nervi importanti, tanto che le dita restano inerti, mentre le altre della destra hanno contrazioni e tremiti che denunciano la loro vitalità”.

Il valore dell’opera della Valtorta

Gli scritti di Maria Valtorta vennero presto copiati e diffusi, in quanto molti ne riconoscevano l’enorme valore spirituale; ma non per tutti fu così, almeno non da subito.
Il Sant’Uffizio, infatti, ne volle subito il ritiro, perché l’intera opera della mistica doveva essere sottoposta a valutazione attenta.
Il Pontefice di allora, Papa Pio XII, poi, ne permise nuovamente la divulgazione.

Come si può evincere dai pochi brani su citati, ciò che scrisse Maria Valtorta va oltre il racconto del Vangelo e parla della vita di Gesù, arricchendola di particolari della sua quotidianità molto precisi. Cita date e dati storici, geografici, situazioni astronomiche e atmosferiche, che, secondo gli studi fatti a ritroso negli ultimi anni, coinciderebbero esattamente con il tempo e i luoghi della Palestina dell’epoca di Cristo.
Ad esempio, grazie a Maria Valtorta, si è potuto dedurre che la crocifissione di Gesù è avvenuta Venerdì 23 Aprile dell’anno 34, una data ipotizzata anche per altre ragioni, da vari esperti e studiosi del settore.

Al momento, la Congregazione per la Dottrina della Fede non si è ancora pronunciata, in maniera definitiva, su questa mistica; rimane, però, il fatto che una scrittura così dettagliata e appassionata è innegabilmente frutto di una fede viva e concreta.

Antonella Sanicanti