Kitty, stuprata e uccisa, morta a causa dell’indifferenza dei vicini

 

GIOVANE DONNA MORTA PER INDIFFERENZA

 

 

 

Anno 1966, 13 marzo, una giovane donna di 28 anni,  Kitty Genovese viene brutalmente accoltellate nel distretto del Queens, a New York.  Accadde a 30 metri dalla sua abitazione, mentre era di ritorno da lavoro.

Kitty gestiva un bar, quindi era notte fonda, quando tornò a casa quella sera, parcheggiò la macchina e si incamminò verso casa. Fu allora che Winston Moseley, un uomo di colore, la raggiunse e la accoltellò due volte alla schiena. Lei cominciò ad urlare, un vicino si svegliò e, senza farsi vedere, intimò all’uomo: “Lascia stare quella donna!”.

Moseley fuggì e Kitty ebbe il tempo di trascinarsi verso casa. Dopo circa 10 minuti però l’aggressore tornò all’attacco. Nessuno era realmente corso in aiuto della ragazza e lui la raggiunse nel portone, la accoltellò con più ferocia e sicuro che nessuno sarebbe mai intervenuto. Mentre stava morendo, la violentò.

Moseley era uscito proprio con queste intenzione quella notte, come racconterà freddamente al momento del suo arresto: uccidere e violentare, in quest’ordine!

Il giorno dopo, il New York Times parlò di 38 possibile testimoni, vicini di casa e conoscenti di Kitty, che avrebbero potuto vedere l’omicidio, udire le sue urla disperate, ma che, per un motivo o per un altro, non avevano fatto niente per salvarla.

I 38 raccontarono di aver sottovalutato la situazione o di aver chiamato la polizia, ma di non esser stati in grado di dare indicazioni precise per indurla ad intervenire o, ancora, di aver pensato che sarebbe stato qualcun altro a farsi avanti.

Così l’ultima mezz’ora di vita di Kitty, la più orribile della sua breve vita, divenne l’emblema dell’indifferenza, del disinteresse di chi assiste ad un comportamento sbagliato e non interviene: il senso di responsabilità collettiva aveva ucciso Kitty, determinando l’apatia dei singoli.

Kitty ha ispirato uno studio psicologico chiamato “effetto spettatore” (“complesso del cattivo samaritano” o anche “sindrome Genovese”), nonché molti libri e film e canzoni.

Il suo caso divenne uno dei più discussi della storia americana e contribuì alla creazione del 911, la linea americana per le emergenze (fino ad allora inesistente, questo infatti sembrò giustificare il ritardo della polizia).

Kitty era morta e i suoi fratelli passarono i successivi trent’anni a proteggere la madre dagli articoli sulla sua tragica fine, che denunciava l’infamia di quella notte di omertà.

I dettagli, che fecero apparire gli abitanti del Queens complici senza umanità di un omicidio, non sono mai stati chiariti del tutto. Certo è che mentre Kitty moriva era sola e capiva che nessuno l’avrebbe aiutata.

Kitty è morta da 50 anni, ma la sua storia non dovrà mai cadere in prescrizione e ricordare a tutti come fa paura il mondo, di notte specialmente. Cela le ombre dei cattivi, ma offusca anche il cuore dei buoni che al buio hanno paura di uscire e mostrarsi.

Questo ci rende “cattivi samaritani” e responsabili davanti a Dio, di ciò che avremmo potuto fare e non abbiamo fatto.

Dio ci vuole in prima linea, quando c’è bisogno di aiutare il prossimo. Il prossimo siamo anche noi e tutti noi potremmo essere Kitty Genovese.