La fede e la devozione si risvegliano??

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Il sociologo Giuseppe De Rita scrive al direttore di Avvenire per raccontare la sua esperienza…

Giuseppe De Rita, sociologo e presidente del Censis ha scritto una lettera al direttore di Avvenire, nella quale descrive la sue esperienza personale – corroborata da quella professionale di osservatore della realtà italiana – circa il ripopolamento delle chiese romane (e non solo) durante i riti della Settimana Santa.

Di particolare rilievo questi due paragrafi che sono il cuore della lettera:

Da anni non vedevo messe con i presenti tutti inginocchiati durante l’elevazione; da anni non vedevo intere navate laterali (quelle senza banchi) piene di gente che restava inginocchiata sul pavimento; da anni non vedevo file interminabili incamminarsi a ricevere l’Eucarestia; da anni non avvertivo la voglia diffusa di recitare orazioni magari mormorando appena pur di non restare in silenzio. La memoria visiva mi faceva riandare ad alcune stampe settecentesche, con i fedeli tutti inginocchiati o seduti sul pavimento; la memoria uditiva mi riportava alle preghiere biascicate nei lunghi pellegrinaggi o nei santuari (non sono andato al Divino Amore, ma mi hanno detto che era impenetrabile per la folla che c’era). Per non soggiacere all’idea che tutto fosse un fenomeno romano, ho fatto telefonate di controllo a qualche amico parroco di borgo o di campagna; e ho ricevuto conferma di una Pasqua ad alto tasso di devozione.

Mi son fatto e ho fatto qualche domanda sul perché di una tale tendenza. E le risposte non sono banali: la prima e la più gettonata sta nella forza con cui l’attuale pontefice ha ridato vita alla dimensione popolare della fede; la seconda sta nella sottile paura collettiva verso l’estremismo islamico e nel conseguente bisogno di ritrovare identità e protezione nella religione dei padri; e la terza, più complesse (e anche promettente) sta nel fatto che decenni di indifferenza, egoismo, nichilismo, narcisismo, agnosticismo, hanno creato un vuoto e un bisogno di senso che solo il tornare a pregare insieme ad altri (e non solo in foro interno) può promettere.

Lo stesso De Rita ammette che la sua formazione (si definisce parte gesuita e parte rosminiano) di cattolico poco avvezzo alle devozioni popolari non può che salutarle con favore se recuperano, dopo anni, una dimensione comunitaria della fede e in così larga misura, per “tentare di ripartire dal basso per risvegliare la religiosità del corpo sociale italiano”.

 

fonte: aleteia