Ero entrato nel tunnel buio della morte poi una luce nel l’Angelo mi è venuto incontro

 

 

Fin da quando ero piccolo, Dio ha inviato i suoi angeli a prendersi cura di me e sono sicuro che accade ancora oggi, Lui ha magnifici progetti per la mia vita e per la mia famiglia.

Ho sentito parlare di Gesù per la prima volta all’età di 3 anni.
Già da piccolo, avevo l’abitudine di recarmi ogni domenica in una chiesa cattolica, ma è stato soltanto verso i 23 anni, mentre frequentavo un corso presso la base militare di Lackland, che ho cominciato a riflettere realmente sul nostro Signore Gesù Cristo, grazie anche all’incontro con Jack Ring, della “Shield of Faith Mission“, in Texas, USA.

Il 4 Aprile 1986 sono stato battezzato nel fiume San Antonio ed è stato il giorno più bello della mia vita.
Da quel momento in poi ho assaporato una nuova presenza dello Spirito Santo, che mi ha sempre accompagnato.
Dopo due anni di permanenza negli USA dove ho avuto la fortuna di ricevere cibo spirituale solido, sono ritornato nel mio paese, lo Zaire.
Lì ho attraversato un periodo di “deserto”, malgrado il Signore mi fosse sempre accanto e non desse peso ai miei errori ed alle mie lamentele.

Per grazia, ho sposato Chantal, e Dio ci ha benedetti assieme!
Abbiamo ricevuto in dono tre bambini: Tania, Marco e Angelo.
Tuttavia non era facile dimenticare il mondo circostante, la cultura, le tradizioni.
Sono poi sopraggiunti tanti problemi e ho cominciato a porre a Dio tante domande.

Il 19 Aprile 1990, stavo volando su un aereo delle Forze Armate dello Zaire, un C-130H.
Da Kinshasa dovevamo trasportare del materiale nella città del presidente dello Zaire, Gbadolite.
Il tempo era brutto e un grande agglomerato di nuvole aveva fatto rinviare alle 8,00 il decollo previsto per le 6,00 di quella mattina, in attesa che il tempo migliorasse.
Nel frattempo avevamo ottenuto l’autorizzazione per il check dell’aereo, tutto era a posto, in fondo alla pista avevamo fatto gli ultimi controlli… e poi il decollo.

Dopo 3 minuti di volo, a 600-700 metri di altezza, si illuminò la spia principale (masterlight) nella cabina di bordo: “Fire!”.
Le spie indicarono uno dei 4 motori: il numero 3.
Una volta localizzato l’incendio, applicammo le procedure di emergenza per tornare sulla pista, cercando di spegnere il terzo motore e virando a sinistra con più potenza, per atterrare.
A quel punto, nell’eseguire la manovra, sentimmo una forte vibrazione, mentre l’aereo voltava dalla parte opposta (destra) con un’angolazione superiore a 45°.

Non ci fu neppure il tempo per realizzare quello che stava succedendo, l’aereo puntò verso terra, e precisamente verso la cima di una montagna.
Non c’era niente da fare! Bastò un secondo per vedere la terra avvicinarsi e immediatamente sentire il boato finale.
Poco dopo tutto prese fuoco, avevamo 25.000 litri di carburante e un’autonomia di quasi 10 ore di volo.
Avevo perso conoscenza; avevo una grande ferita sulla fronte e perdevo tanto sangue.
Quando mi svegliai, avevo il fuoco a meno di un metro di distanza.

Eravamo in cinque nella cabina che era rimasta schiacciata; eravamo sdraiati e non potevamo stare nemmeno in ginocchio; il fuoco si avvicinava verso di noi.
Due piloti, alla mia sinistra, erano vivi, alla mia destra il comandante aveva la testa aperta in due parti, le gambe schiacciate e delirava.
Più a destra c’era un altro membro dell’equipaggio: era vivo, ma la lamiera lo aveva veramente imprigionato e più si muoveva più il suo corpo si tagliava, ad un certo punto il fuoco lo divorò per primo, si lamentava gridando e invocava i nomi della moglie e dei figli.

Quando mi ripresi, il compagno alla mia sinistra mi disse: “Robert, è finita, non c’è via di uscita, stiamo morendo”.
Avevano cercato di uscire, gridando, ma non c’era stato niente da fare, le fiamme stavano per aggredirmi.
Ad un tratto vidi nella mente tutta la mia vita passare davanti a me e le persone che avevo conosciuto.
Così feci una piccola preghiera: “Oh Signore, sto morendo…”, e mi misi a piangere.
Ad un certo punto però, smisi di piangere, come se avessi ricevuto la certezza che mi sarei salvato.

Il fuoco era sempre più vicino, così ci sforzammo di allontanarci, di sgombrare la ferraglia.

Perdendo ancora sangue persi di nuovo conoscenza, poi sentii una voce ripetere: “Svegliati, svegliati, arriva il fuoco!”, e risvegliandomi mi ritrovai in una strana posizione: dalla vita fino alla testa fuori dell’aereo, e le gambe dentro.
Non saprò mai spiegare come mi trovassi in quella posizione, solo Dio lo sa.
Tirai fuori le gambe, uscii fuori piano piano e cercai di camminare.

Caddi, mi alzai di nuovo; caddi per due o tre volte, alla fine rimasi per terra.
L’aereo esplose, fu una forte esplosione con tutto l’equipaggio dentro: 56 persone!
In seguito mi raccontarono l’accaduto: eravamo andati contro la montagna, ed eravamo scivolati per circa 120 metri fino a fermarci in quel posto isolato e inaccessibile perfino ai pompieri.
Non c’era possibilità di soccorso immediato, anche se l’aeroporto era vicino.

Le fiamme erano talmente alte che i soccorritori non potevano avvicinarsi e restavano impotenti.
Poi, non so come, arrivarono tutti dal lato destro dell’aereo, mentre io mi trovavo dalla parte sinistra.
Grazie a Dio, un ragazzo girò dalla mia parte e avvicinandosi gridò: “C’è un pilota da questa parte”, ma l’incendio era talmente vasto tra gli alberi che nessuno lo sentì.
Allora, con tutte le sue forze mi prese in braccio trascinandomi via, anch’io mi sforzai di alzarmi.
“Fai presto, fatti forza, il fuoco si sta avvicinando” gridava.

Mi appoggiai sulle sue spalle e scendemmo fino alla base del pendio; il ragazzo chiamò altre persone a soccorrermi presso un ruscello.
Quattro persone mi portarono all’ospedale.
Provai a chiedere in seguito informazioni su quel ragazzo per poterlo ringraziare, ma fino ad oggi nessuno si è presentato.
In ospedale passai 7 giorni in sala di rianimazione, più 7 in osservazione.
Avevo riportato una vasta ferita sulla fronte, inalato gas tossici e avevo qualche bruciore ad un braccio e alle gambe.

E’ stato un vero miracolo che non avevo alcun osso rotto!
Fui dimesso dall’ospedale dopo 14 giorni e mi sentivo bene.
Delle 57 persone a bordo, 56 morirono, per la grazia di Dio sono rimasto l’unico superstite.
Prima dell’incidente chiedevo a Dio perché succedevano tante cose negative e tristi nella mia vita, come la perdita di persone care; ero inquieto con Dio.
Dopo l’incidente è stato Dio a farmi una domanda: “Sai perché ti ho salvato?”.

Non ho saputo rispondere, ma adesso so solamente che Dio è Dio.
Da lì le ambizioni della mia vita sono cambiate ed ho potuto dire a Dio: “Tu mi hai salvato ed ora la mia vita è tua, ti appartiene”.
Il grande miracolo è consistito nel mio ritorno a Dio, come ha fatto il “figliol prodigo”, e in una nuova comprensione del nostro Signore.
Perché è morto Gesù Cristo? Perché in Lui c’è vita eterna? (Filippesi 2:8-10).