Come fare per diventare Santi??

 

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Nel processo crescente di intimità con Dio, nel nostro percorso spirituale, in genere ci emozioniamo per il cambiamento radicale che avviene nella nostra vita. Ripulendoci di tutti i vizi e i peccati, troviamo in noi l’essenza data dal Padre che ci fa essere amati profondamente e abbracciati dalla consolazione particolare della sua Misericordia.

Nella stessa misura, osserviamo nelle persone del nostro contesto spirituale esempi da seguire per raggiungere la grazia della santità, della fiducia cieca nell’amore di Dio. Amici, sacerdoti, predicatori, insomma, qualsiasi persona che abbia un po’ più di autorità in materia di preghiera lascia in noi quella specie di ansia per la stessa grazia, la stessa ispirazione divina. Davanti a loro, è come se ci sforzassimo di imitarle e cercassimo di scoprirne il segreto.

Ispirandoci a loro, finiamo per sperimentare quella stessa devozione senza tuttavia raggiungere maturità e neutralità nel vivere i doni di Dio nella nostra vita. Senza lasciarci toccare in modo profondo dalla grazia singolare che Dio prepara per noi. Il punto chiave da scoprire in queste persone, e che spesso ignoriamo in noi e nel nostro sforzo di autosantificazione, è la via di preghiera che percorrono.

Tutti i predicatori che sentiamo ribadiscono la necessità costante di preghiera per lo sviluppo dell’amore di Dio in noi. Non è un’esortazione vana, ma un impegno e un requisito essenziale per far fiorire in noi l’effusione dei doni carismatici. Non c’è vita di santità soddisfacente (se possiamo parlarne in questi termini) senza che ci sia quel dialogo e quell’interazione della nostra piccolezza con la grandezza di Colui che è tutto amore per noi.

Quando cresciamo nel vivere la fede, è comune basarci su ciò che Dio ha già fatto per noi e dimenticarci la prosecuzione del percorso, che si verifica vivendo continuamente la preghiera, sotto l’ispirazione dello Spirito Santo, e che ci permette di compiere dei passi in direzione della Grazia, diventando intimi di Cristo e della salvezza che Egli ci porta. Senza la preghiera, cadiamo nella cecità della mancanza di fede, perdiamo il contatto intimo con Dio, che cerca l’occasione dell’ascolto per dimostrare il suo Amore, con la chiamata e la sua Misericordia che trabocca.

Senza il dialogo con il Padre, il nostro percorso diventa come una casa di sabbia con fondamenta deboli di impegno e responsabilità. Senza il sostegno efficace della preghiera e dell’ascolto della Parola di Dio, tutta la costruzione che Dio vuole operare in noi per rafforzarci di fronte alle difficoltà e alle sfide diventa polvere, perché non c’è costanza nella prosecuzione della fede e non c’è sicurezza nel Signore a motivarci contro il peccato e l’errore. Senza questa base che ci sostiene, cadiamo facilmente nella tentazione.

Fra’ Camilo Maccise, Superiore Generale dei Carmelitani Scalzi, ci insegna che “non dobbiamo mai dimenticare l’importanza della preghiera cristiana. Una preghiera fatta anche nel silenzio e nella solitudine, che aiuta gli altri a trovare momenti di deserto, zone verdi nella vita umana, per percepire quale sia il senso della vita, quale sia il nostro ruolo nel momento attuale”.

È importante valorizzare la preghiera come mezzo di riflessione del momento attuale della nostra vita e del mondo che ci circonda, così come della volontà di Dio che ci orienta e ci avvolge, in un eterno abbraccio d’amore. In noi è strumento di umiltà e mansuetudine e mezzo per configurarci a immagine e somiglianza di Dio, facendoci piccoli bisognosi della Sua presenza.

In molte occasioni, soprattutto quando cresciamo in statura spirituale davanti agli altri, ammettiamo un atteggiamento superbo, senza coltivare quella via di carità che è propria della preghiera. Come nella parabola raccontata da Gesù, siamo quel fariseo che si inorgoglisce per il fatto di mantenere una condotta irreprensibile davanti agli altri, apparentemente privo delle miserie del mondo. Usiamo quindi la preghiera come trampolino per raggiungere una falsa perfezione, e in questo modo guadagnare un posto più vicino a Dio, come se Questi apprezzasse questa ostentazione e non si rifugiasse nel povero che anela alla ricchezza migliore dei tesori del cielo, la pace interiore, come l’esattore delle imposte (cfr. Lc 18, 10-13).

Dicendo “O Dio, abbi pietà di me peccatore”, il pubblicano si rivela nella sua indegnità e cerca Dio come conforto e certezza di salvezza. In coloro che vivono davvero la lezione della povertà in Dio (e che quindi sono vittime della nostra imitazione e “santa invidia”), Cristo opera la crescita attraverso la sottomissione, l’elevazione attraverso l’umiliazione, e sedimenta in queste anime la base della pace celeste e della fiducia nei disegni divini.

Vivendo questa condizione, siamo dimore efficaci per ospitare lo Spirito Santo che vuole motivarci, e non costruzioni deboli che vengono distrutte dal vento e dalla mancanza di fede. Molti di coloro che sentiamo e seguiamo come modello di santità e che apparentemente si rivelano grandi nella grazia che Dio effonde su di loro vivono in realtà la miseria dei bisognosi del Padre, ansiosi di ricevere la minima porzione della sua Misericordia, poveri e umili nella preghiera e nell’attesa di Lui.

Sperimentando questa carenza, Dio ci offre la Sua grandezza e ci riempie, giustificandoci per la forza del suo insegnamento d’amore.

 

fonte: comunita shalom