OTTAVO COMANDAMENTO: Cosa Devo Rispettare?

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“Non pronunciare falsa testimonianza contro il tuo prossimo” (Es. 20,16).

L’ottavo comandamento proibisce di falsare la verità nelle relazioni con gli altri. La parola diventa falsa testimonianza quando procura danno agli altri, come nel caso dei due anziani del popolo designati giudici che accusarono ingiustamente la giovane e bella Susanna, che aveva rifiutato di acconsentire di soddisfare i loro desideri, incolpandola di essersi adagiata con un giovane. Il popolo credette ai due malvagi e Susanna fu condannata a morte. Dio però accorse in soccorso della giovane innocente attraverso l’intervento di Daniele, che riuscì a smascherare la menzogna dei due malvagi, i quali furono a loro volta condannati a morte, mentre Susanna fu salva (Dn 13). Il vizio della lingua è molto diffuso e questo è l’unico peccato che sembra estendersi a tutti gli uomini e dal quale derivano mali infiniti.

Quanto più falsa è la testimonianza contro il nostro prossimo, tanto più è maledetta dal Signore. La bugia intrisa di malignità è condannata in modo severo: “Sei cose odia il Signore, sette ne detesta: occhi alteri, lingua bugiarda, mani che versano sangue innocente, cuore che ordisce trame malvagie, piedi solleciti a correre al male; testimone bugiardo che diffonde menzogne, chi provoca risse in mezzo ai fratelli”. “il perverso, uomo iniquo, va con la bocca distorta, ammicca con gli occhi, stropiccia i piedi e fa cenni con le dita. Cova propositi malvagi nel cuore, in ogni tempo suscita liti. Per questo improvvisa verrà la sua rovina, in un attimo crollerà senza rimedio” (Prv 6,12-19).

Dio non sopporta il bugiardo e il maldicente per la malvagità del peccatore. La menzogna come la bugia può distruggere la stima, l’innocenza e rovinare la vita di una persona. Chi agisce è preda dell’odio, dalla vendetta, dalla avidità oppure dall’invidia. Guai all’impostore che alla menzogna aggiunge la cattiveria! “Un testimone falso non rimarrà impunito, chi dice menzogne perirà” (Prv. 19,9). Dio vede, giudica, e prima o poi interviene: “il Signore ride dell’empio, perché vede arrivare il suo giorno” (Sal. 36,13).

Il buono non è mai avido, quindi non ha bisogno di mentire per ottenere ciò che vuole o per volere ciò che non ha. Se Dio ci ha fatto il dono della parola è per usarla a fin di bene e non per farne un uso di offesa con la falsità, la maldicenza, l’ipocrisia, lo spergiuro e l’inganno. “L’amore non fa nessun male al prossimo: pieno compimento della legge è l’amore” (Rm. 13,10).

In questo comandamento sono comprese due leggi: una che proibisce di dire falsa testimonianza; l’altra che comanda di pesare le nostre parole e le nostre azioni con la verità, eliminando ogni simulazione e menzogna.

La prima parte di questo comandamento proibisce innanzitutto la falsa testimonianza fatta in giudizio da chi ha giurato. In realtà il testimone giura nel nome di Dio prendendolo come garante della veridicità di quanto ha affermato, pur sapendo che Dio castigherà severamente i mentitori. “Io scatenerò la maledizione, dice il Signore degli eserciti, in modo che essa penetri nella casa del ladro e nella casa dello spergiuro riguardo al mio nome; rimarrà in quella casa e la consumerà insieme con le sue travi e le sue pietre” (Zc. 4-4).

Gesù ci esorta a non giurare, ma ad avere un solo linguaggio: “sì” o “no”, ossia a non essere ambigui e ipocriti: “Avete anche inteso che fu detto agli antichi: Non giurerai il falso, ma adempirai verso il Signore i tuoi giuramenti; ma io vi dico: non giurate affatto: né per il cielo, perché è il trono di Dio; né per la terra, perché è lo sgabello dei suoi piedi; né per Gerusalemme, perché è la città del grande Re. Non giurare neppure per la tua testa, perché non hai il potere di rendere bianco o nero un solo capello. Sia invece il vostro parlare sì, sì; no, no; il di più viene dal maligno” (Mt 5,33-37). “Razza di vipere come potete dire cose buone, voi che siete cattivi? La bocca infatti esprime ciò che sovrabbonda dal cuore. L’uomo buono dal suo buon tesoro trae fuori cose buone, mentre l’uomo cattivo dal suo cattivo tesoro trae fuori cose cattive” (Mt 12,34). Perciò, se è necessario mantenere casta la lingua, ancora più importante è mantenere puro il cuore. Evitiamo dunque di essere falsi e ambigui, mostrandoci veri nelle parole e negli atti, rifuggendo dalla doppiezza, dalla simulazione e dall’ipocrisia.

La bugia è da annoverarsi tra le false testimonianze, quand’anche si dica per falsa lode di qualcuno. Se ci sono anche le bugie buone, fatte a fin di bene per coprire un male, o per nascondere una verità che è bene tener segreta, per evitare un danno o per tranquillizzare una persona, tuttavia non bisogna farne un’abitudine, per non perdere fiducia e attendibilità. Come, infatti, si può credere a uno che racconta sempre bugie? La bugia è pur sempre un difetto ed è bene eliminarla il più possibile. Talora è meglio fare silenzio, perché dice il Signore: “Di ogni parola infondata gli uomini renderanno conto nel giorno del giudizio; poiché in base alle tue parole sarai giustificato e in base alle tue parole sarai condannato” (Mt 12,36-37).

Da questo comandamento è proibita non solo la falsa testimonianza, ma anche l’abitudine di denigrare gli altri, molte sciagure provengono da questa peste. Il comandamento non solo vieta la falsa testimonianza, ma impone anche di dichiarare la verità. Chi nasconde la verità e chi dice menzogna, sono ambedue colpevoli; il primo perché non vuol giovare ad altri; il secondo perché desidera di nuocere. Nelle sacre Scritture il demonio è chiamato padre della menzogna: non essendo stato saldo nella verità, è menzognero e padre della menzogna.

Il danno principale della menzogna è che essa è quasi insanabile malattia dell’animo. Infatti, il peccato che si commette accusando qualcuno falsamente di una colpa o denigrando la fama e la stima del prossimo, non è rimesso se il calunniatore non dia soddisfazione dell’ingiuria a chi ha incriminato.

Chi dunque è in questo peccato, non può dubitare che sia condannato alle pene eterne dell’inferno. Né alcuno speri di poter ottenere perdono delle calunnie o della denigrazione fatta se prima non dia soddisfazione a colui, la cui dignità e fama egli ha denigrato in qualche modo, o pubblicamente in giudizio, o anche in adunanze private e familiari.

Pertanto tutti noi siamo chiamati alla sincerità e alla veracità nell’agire e nel parlare, a evitare la falsa testimonianza, lo spergiuro, la menzogna, il giudizio temerario, la maldicenza, la diffamazione, la calunnia, la lusinga, l’adulazione o la compiacenza, soprattutto se finalizzate a peccati gravi o al conseguimento di vantaggi illeciti. Una colpa commessa contro la verità comporta la riparazione, se ha procurato un danno ad altri.